Il presidente Recep Tayyip Erdogan sta rafforzando il ruolo della Turchia nello scenario geopolitico globale, adottando una strategia ispirata al neo-ottomanesimo. La sua politica mira a consolidare l’influenza turca dai Balcani all’Asia Centrale, passando per il Caucaso e il Mediterraneo, con strumenti diplomatici, economici e militari. In questo contesto, Ankara ha giocato un ruolo cruciale in conflitti regionali come quello del Nagorno-Karabakh e ha ampliato la sua rete di alleanze, rafforzando legami con paesi come Qatar e Azerbaigian. Superando il tradizionale laicismo kemalista, Erdogan guida un ritorno all’islamismo sunnita. E promuove una narrativa identitaria nei paesi turcofoni ex sovietici, spesso in competizione con Mosca e l’Occidente.
In breve
- Neo-ottomanesimo: Erdogan consolida la posizione della Turchia dai Balcani all’Asia Centrale, puntando su espansionismo geopolitico e identità culturale.
- Rottura con il laicismo: Superando il kemalismo, guida un ritorno all’islamismo sunnita come base ideologica della politica turca.
- Ruolo nei conflitti: Ankara ha giocato un ruolo cruciale in conflitti regionali come il Nagorno-Karabakh, spesso tramite alleati locali.
- Alleanze strategiche: La Turchia ha stretto rapporti solidi con paesi come Qatar e Azerbaigian, ampliando la sua influenza economica e politica.
- Competizione globale: La politica turca sfida l’influenza della Russia e dell’Occidente, alimentando timori di radicalismo e di instabilità regionale.
La rapida evoluzione della situazione in Siria, con la fine dell’era Assad, ha riportato all’attenzione il ruolo sempre più incisivo della Turchia nel quadro geopolitico mediorientale. Con grande abilità, approfittando delle attenzioni concentrate su Ucraina e Gaza, Ankara ha portato avanti i suoi preparativi.
I giochi sono sicuramente stati fatti nell’area di Idlib lasciata dal 2016, con gli accordi di Astana, sotto il controllo della Turchia e dove le forze jihadiste avevano le loro basi. Una adeguata opera di «convinzione» sottobanco dei vertici militari siriani ha poi evidentemente assicurato la veloce avanzata degli uomini di al-Jolani verso Damasco. Sta di fatto che il nuovo successo turco arriva appena un anno dopo quello ottenuto in Nagorno-Karabakh, con lo stesso collaudato metodo «per procura» attraverso il fedele Azerbaigian.
Un quadro che mostra le capacità di successo di Recep Tayyip Erdogan nell’ottica di quel neo-ottomanesimo, fatto proprio dal suo partito Akp, che ha caratterizzato la politica turca dalla nomina a Primo ministro nel 2003 e proseguita dal 2014 con la sua elezione a Presidente. L’abilità di Erdogan sta senz’altro nel riuscire a tenere in piedi l’ideologia espansionistica neo-ottomana con una serie di rapporti internazionali che permettono ad Ankara di proporsi come elemento di equilibrio tra mondo islamico e potenze occidentali, senza escludere Russia e Iran.

In questo quadro non va dimenticata la relazione privilegiata tra Turchia e Qatar, consolidatasi dopo il giugno 2017 quando Arabia Saudita, Bahrein, Egitto ed Emirati Arabi Uniti interruppero i rapporti diplomatici con Doha avviando nei suoi confronti un boicottaggio economico. Da quel momento, la Turchia di Erdogan ha rafforzato il suo rapporto con il Qatar, Paese che negli ultimi anni ha investito molto in territorio turco, fornendo consistenti aiuti e potendo così garantirsi un alleato prezioso anche nell’area del Golfo Persico.
Di certo con Erdogan la Turchia ha subito una svolta storica, segnando il definitivo superamento del laicismo che caratterizzava la cauta dottrina kemalista. La politica con la quale Mustafa Kemal Ataturk si proponeva di trasformare la Turchia in un Paese occidentale e secolarizzato resta un ricordo lontano, sconfitto dal ritorno deciso al tradizionale islamismo sunnita di epoca ottomana condito da un evidente espansionismo.
La politica turca del XXI secolo ha sposato pienamente le teorie di «profondità strategica» elaborate nel 2001 dal politologo Ahmet Davutoglu, divenuto subito dopo il più stretto collaboratore di Erdogan e assumendo la carica di ministro degli Esteri e poi di Primo ministro. A Davutoglu non sfuggiva la centralità geografica che permette alla Turchia di avere un ruolo importante dai Balcani all’Asia Centrale passando per il Caucaso, così come sul Mar Nero e sul Mediterraneo. È questo il punto centrale del neo-ottomanesimo.
L’esempio di questa politica arriva proprio dalla guerra del Nagorno-Karabakh, costata oltre 30 mila morti, che ha mostrato la vicinanza tra Turchia e Azerbaigian permettendo ad Ankara di rafforzare la sua strategia dal punto di vista sia geopolitico, sia energetico. D’altra parte l’attacco in Nagorno-Karabakh, ufficialmente sponsorizzato da Ankara, era stato preceduto pochi giorni prima da esercitazioni militari congiunte di Turchia e Azerbaigian. Secondo fonti russe, proprio la Turchia avrebbe lasciato in Azerbaigian militari, armamenti e aerei da combattimento F-16 anche dopo la fine delle esercitazioni per favorire l’azione contro gli armeni.
Ma non va dimenticata neppure la politica del «Mavi Vatan» (Patria Blu), elaborata dall’Ammiraglio Cem Gurdeniz, che punta alla protezione degli interessi turchi attraverso il controllo dei due mari che bagnano la Turchia. Una politica volta al recupero di una potenza navale adeguatamente competitiva, in grado di avere un ruolo di primo piano sul Mar Nero e sul Mediterraneo.
Espansionismo ideologico e religioso
In ogni caso, dopo l’espansione sempre più evidente nell’area mediterranea, è il cuore dell’Eurasia a restare nelle attenzioni turche. Proprio da quanto avvenuto con l’Azerbaigian, fortemente legato ad Ankara, arriva un segnale evidente di come il neo-ottomanesimo lanciato da Erdogan stia prendendo sempre più piede, sostituendo gradualmente nei Paesi turcofoni dell’area ex sovietica il già presente, ma antico e meno insidioso, panturchismo. Si tratta di un quadro guardato sempre con grande attenzione dalla Russia, come testimoniano numerose analisi presenti anche nelle fonti di informazione più diffuse, ma che resta pressoché ignorato e sottovalutato dall’Occidente.

Il problema risiede soprattutto nella forza ideologica di cui la Turchia, ormai ben lontana dal laicismo di Ataturk, si sta facendo sempre più portavoce. In pratica, mentre alla base del panturchismo c’era fin dalla nascita una spinta essenzialmente storico-culturale, nel neo-ottomanesimo ci si trova a fare i conti con una realtà che punta sul fattore religioso islamico e nella sua trasposizione nell’ideologia politica. Non a caso in Nagorno-Karabakh sono entrate in campo anche forze jihadiste a fianco dell’offensiva azera e, altrettanto non a caso, subito dopo la conquista di villaggi armeni sono cominciate deturpazioni di chiese e simboli religiosi della cristianità. Un segnale decisamente pericoloso, quanto sottovalutato.
Il nodo sembra essere proprio nell’influenza che la nuova politica di Ankara, fortemente orientata verso la reislamizzazione e nel parallelo accentramento del potere presidenziale, sta gradualmente avendo nelle repubbliche centrasiatiche ex sovietiche. Se infatti, dopo la caduta dell’Urss, la Turchia ha esteso i suoi interessi economici nell’area centrasiatica, intensificando gli scambi commerciali e puntando più recentemente a divenire il centro di smistamento dei vari corridoi energetici, un fenomeno relativamente nuovo è l’esportazione di quella che può essere definita l’attuale «dottrina politica» turca.
Un fenomeno facilmente riscontrabile anche nelle organizzazioni internazionali istituite da Ankara, come il «Consiglio turco» (Consiglio di cooperazione dei Paesi turcofoni), nato nel 2009 con caratteristiche simili alla Lega araba, con sede a Istanbul. Sotto l’egida del Consiglio turco operano anche numerose organizzazioni tra le quali l’Organizzazione internazionale per la cultura turca e l’Accademia turca, che ha sede in Kazakistan. Ma l’ultima, e per molti aspetti più importante, mossa di Ankara è stata la creazione nel 2017 dell’Assemblea mondiale dei turchi («Qurultai», che prende non a caso il nome dall’assemblea dei fedelissimi di Gengis Khan).
Le prime riunioni del «Qurultai dei turchi» si sono tenute in Kirghizistan e in Kazakistan. Gli scopi dichiarati di questa organizzazione sono soprattutto il consolidamento «spirituale e culturale» del popolo turco, l’assistenza allo sviluppo e la preservazione e rinascita della cultura dei popoli turchi. Iniziative di grande rilievo sociale e geopolitico, se si pensa che coinvolgono un’area che sfiora i cinque milioni di chilometri quadrati con circa 150 milioni di abitanti.
Con ottica evidentemente neo-ottomana, la Turchia ha dunque avviato in Asia centrale una sorta di rete educativa che passa anche attraverso associazioni universitarie, finanziamenti di borse di studio, promozione di mirati libri di storia e insegnamenti. Nel corso degli ultimi anni, inoltre, hanno avuto ampia diffusione nell’area centrasiatica anche organi di stampa e canali tv turchi.
A favorire il rafforzamento del ruolo della Turchia nell’area è stata poi l’emergenza scaturita dalla pandemia. Per far fronte alla crisi derivante dalla diffusione del coronavirus, sono stati attivati tutti i canali di aiuto possibile. Attraverso il Consiglio turco, Ankara ha fatto da guida nella gestione della crisi per tutti i Paesi centrasiatici garantendo aiuti umanitari e scambi, ma anche rafforzando la presenza nelle strutture di assistenza in un Paese come il Kirghizistan, nel probabile tentativo di offuscare il ruolo di Mosca di cui Bishkek è partner nell’Unione eurasiatica.

Proprio nel lontano Kirghizistan, d’altra parte, Ankara ha dimostrato di arrivare facilmente quando, il 31 maggio 2021, i suoi agenti rapirono nella sua casa di Bishkek il cittadino kirghiso di origine turca Orhan Inandi che gestiva la rete di scuole «Sapat», molto apprezzate nel Paese centrasiatico. Fu lo stesso Erdogan a vantarsi pubblicamente dell’efficienza dei suoi servizi di sicurezza rendendo noto che avevano rapito Inandi in Kirghizistan portandolo in Turchia. Nella stessa occasione furono diffuse le immagini che mostravano il cittadino kirghiso piuttosto malconcio, probabilmente a causa degli interrogatori subiti dopo il rapimento. Le accuse mosse da Erdogan a Inandi erano di essere un collaboratore di Fetullah Gulen, predicatore turco rifugiato negli Usa e morto nell’ottobre scorso, fino al 2013 amico e ispiratore dello stesso Erdogan e poi nemico numero uno del presidente turco che lo accusava di essere stato il promotore dello strano tentativo di colpo di Stato del 2016.
Timori di radicalismo islamico e anti-occidentale
In ogni caso, la politica di «fratellanza turca» è vista con preoccupazione dalla Russia che, pur essendo attivo interlocutore di Ankara, resta sostanzialmente rivale in tutta l’area come è sempre stato nella storia degli ultimi secoli. Se è vero che con la Turchia – pur essendo antagonista in Medio Oriente, Balcani, Caucaso e Asia centrale – Mosca ha scelto la strada della diplomazia (accordi di vario genere, fornitura di armamenti all’avanguardia come i missili S-400, eccetera), è pur vero che la Russia non può non essere preoccupata dall’espansione della politica islamizzante turca che sembra avere molto consenso nei vasti strati popolari asiatici dell’ex area sovietica.
D’altra parte questa politica è vista con qualche prudente perplessità anche dai vertici di alcuni Paesi centrasiatici. Se da un lato l’autoritarismo insito nel neo-ottomanesimo può essere accolto con favore dai governanti, a destare timori è invece il facile attecchimento del radicalismo religioso soprattutto nelle importanti aree rurali. Fattore che, in futuro, potrebbe risultare destabilizzante per i governi sostanzialmente laici dell’area. Un primo e preoccupante segnale è venuto dal fatto che migliaia di giovani provenienti da scuole islamiche istituite in Asia centrale hanno aderito all’Isis, mostrando così una forte radicalizzazione in un’area apparentemente tranquilla.
I timori di molti osservatori riguardano poi la componente fortemente anti-occidentale e anti-europea insita nella politica neo-ottomana. Una politica che potrebbe essere vista con sfavore da quei Paesi che, invece, avevano volto lo sguardo all’Europa. A quell’Europa distratta, e talvolta ignava, che non sembra più accorgersi di quanto accade nel mondo.
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