Tra accuse di crimini contro l’umanità e sospetti di messinscena, intervento NATO e nascita della dottrina Primakov, l’eccidio del 15 gennaio 1999 ha rappresentato un punto di svolta nelle relazioni internazionali. A oltre un quarto di secolo di distanza, resta una delle vicende più controverse della storia contemporanea. E pone seri interrogativi sui confini tra verità, propaganda e giustizia. Nel torbido intreccio di versioni ufficiali e depistaggi, fatti incontrovertibili e manipolazioni, c’è un unico punto fermo. Al processo di Slobodan Milošević all’Aja, il capo di imputazione su Račak è stato stralciato.
In breve
- Contesto del massacro. Il 15 gennaio 1999, l’uccisione di decine di kosovari albanesi a Račak segnò l’inizio della crisi che, due mesi dopo, portò all’intervento NATO contro la Jugoslavia.
- Versioni contrastanti. Per gli albanesi kosovari e per l’Occidente, l’eccidio fu un crimine contro l’umanità. Per i serbi e per gran parte del mondo non occidentale, una messinscena dell’UCK. L’Esercito di liberazione del Kosovo sostenuto dagli USA, l’avrebbe organizzato per giustificare la guerra che ridefinì il concetto di intervento militare per motivi umanitari.
- Implicazioni geopolitiche. L’intervento NATO senza autorizzazione ONU segnò uno strappo nelle relazioni tra Oriente e Occidente. Da un lato, portò alla messa a punto della dottrina Primakov, con cui la Russia si oppose all’espansione americana. Dall’altro lato, il bombardamento dell’ambasciata cinese a Belgrado evidenziò una crescente tensione tra USA e Cina, preludio al nuovo ordine multipolare.
- Ambiguità storiche. Nonostante le sue implicazioni globali, la dinamica del massacro e il numero delle vittime rimangono avvolti in una cortina di dubbi, depistaggi e versioni discordanti. In questo contesto, la locale leadership albanese, sostenuta dall’Occidente, nel 2008 ha proclamato l’indipendenza del Kosovo, senza passare per un referendum.
A 26 anni di distanza, la strage di Račak è un mistero della storia contemporanea. L’uccisione di un indefinito numero di kosovari albanesi (a seconda delle fonti, fra 38 a 52) il 15 gennaio 1999 è un argomento controverso. Per il governo kosovaro-albanese e per il mondo occidentale, il cosiddetto massacro di 45 (questa la cifra ufficiale) innocenti contadini nel villaggio del Kosovo centrale rappresentò la linea rossa che fece scatenare la guerra contro la Jugoslavia di Slobodan Milosevic.
Mito fondante dello Stato kosovaro, sorto proprio grazie ai «bombardamenti NATO che fermarono il genocidio», per gli albanesi kosovari Račak è oggi un argomento tabù. E chi a Pristina osa metterlo in discussione finisce in carcere. Per i serbi e per gran parte del mondo non occidentale, il massacro fu invece una plateale messa in scena. Allestita dall’UCK (l’esercito di liberazione del Kosovo), sarebbe stata usata come pretesto per giustificare un intervento NATO non autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite contro l’unico Paese dei Balcani occidentali che si opponeva all’avanzata dell’Alleanza atlantica in Europa orientale.
Quello che è certo è che, alla prova dei fatti, il massacro non si rivelò sufficientemente fondato per sostenere l’accusa al processo a Slobodan Milosevic presso il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia. Inizialmente inserito nel capo di imputazione contro l’ex presidente serbo, dopo cinque anni di udienze, interrogatori e confronti fra testimoni, l’11 luglio 2006 quello che era stato definito un efferato «omicidio di massa» compiuto dalle forze speciali serbe venne stralciato. Motivo? Per «migliorare», a detta dei giudici, «la speditezza dei procedimenti».
Resta un fatto incontrovertibile: l’eccidio di Račak ha rappresentato un punto di svolta della storia contemporanea. I bombardamenti NATO sulla Repubblica federale di Jugoslavia, non autorizzati dall’ONU, hanno segnato un’inversione di rotta nelle relazioni fra Occidente e Oriente, che dopo la caduta del Muro di Berlino si erano vieppiù rinsaldate. Un episodio lo illustra in modo cristallino. Il giorno dell’inizio della campagna aerea contro Belgrado, il 24 marzo 1999, Yevgeny Primakov, primo ministro russo dell’epoca, era in volo diretto a Washington per chiedere aiuti al Fondo Monetario.
Quando venne a sapere dei bombardamenti, il premier russo chiamò dall’aereo il vicepresidente statunitense Al Gore per implorarlo di annullare gli attacchi. Tre ore dopo, Gore lo richiamò per dirgli che gli attacchi erano inevitabili e che la Russia non aveva voce in capitolo. Il primo ministro russo ordinò allora al pilota di invertire la rotta e fare rientro a Mosca.

Si fa risalire a quell’inversione di rotta la messa a punto della dottrina Primakov, basata su tre principi. Primo: la Russia non avrebbe più accettato un mondo a guida USA. Secondo: avrebbe perseguito una collaborazione stretta con Cina e India. Terzo: si sarebbe opposta all’espansione della Nato nello spazio post-sovietico, dove avrebbe avviato una politica più assertiva. Per il Cremlino tale dottrina è tuttora cruciale, tanto che Primakov è solennemente ricordato a Mosca con una colossale statua a lui dedicata davanti al ministero degli Esteri.
Per non parlare delle ricadute geopolitiche del bombardamento NATO dell’ambasciata cinese a Belgrado il 7 maggio 1999, quando cinque bombe guidate statunitensi uccisero tre giornalisti cinesi. Descritto come un tragico errore dalla Nato, il bombardamento ebbe pesanti ricadute sulle relazioni fra Washington e Pechino. Ancor oggi, l’episodio rimane un tema delicato ed è spesso citato dai media e dai funzionari cinesi come ennesimo esempio dell’ingiusto trattamento storico riservato dall’Occidente alla Cina, a partire dal Secolo dell’umiliazione.
Ma il massacro del 15 gennaio 1999 è anche servito per ridefinire gli interventi militari per motivi umanitari. La guerra in Kosovo è stato un importante banco di prova per la dottrina dell’intervento umanitario promossa da Bill Clinton. «È stato un atto deliberato e indiscriminato di omicidio, progettato per seminare paura tra la gente del Kosovo» ha sentenziato il presidente statunitense il 17 gennaio, due giorni dopo la scoperta dei cadaveri a Račak. Sebbene priva di un mandato delle Nazioni Unite, l’azione della NATO è stata in sostanza giustificata da ragioni morali per prevenire ulteriori atrocità. L’operazione di Clinton in Kosovo è spesso considerata un esempio di intervento umanitario «riuscito», anche se continua a sollevare serie questioni legali sulla violazione della sovranità della Jugoslavia.
Se oggi c’è la guerra in Ucraina, insomma, è anche a causa della strage di Račak. Per questo è importante capire cosa avvenne davvero il 15 gennaio 1999 in quel remoto villaggio kosovaro. Eppure, nonostante abbia creato uno tsunami planetario, a 26 anni di distanza la vicenda che l’ambasciatore USA William Walker ha denunciato come un «crimine contro l’umanità» è ancora avvolta in una cortina fumogena. Nulla è certo: né il numero delle vittime, né la loro identità, né la dinamica degli eventi.
Già, William G. Walker… L’ambasciatore statunitense è un personaggio chiave della storia. Messo a capo della Kosovo Verification Mission dell’OSCE dal Segretario di Stato USA Madeleine Albright, Walker è stato il primo a definire l’eccidio di Račak un «massacro». I suoi trascorsi gettano un’ombra su tutta la vicenda. Prima di approdare nei Balcani, aveva operato per lo più in Centro e Sud America.
Nella seconda metà degli anni Ottanta era stato assistente speciale del Segretario di Stato Elliot Abrams, strettamente legato allo scandalo Iran-Contra. Il nome di William G. Walker era stato ventilato in relazione a un trasferimento di armi dalla base di Ilopango (El Salvador) ai Contras in Nicaragua, senza che però emergessero mai prove di un suo diretto coinvolgimento. Quand’era ambasciatore USA in El Salvador, nel 1989, aveva liquidato l’assassinio di sei preti gesuiti e di due donne adducendo «problemi di controllo di gestione».
Dieci anni dopo, in Kosovo, ha usato tutt’altro registro. Il giorno della scoperta dei cadaveri a Račak, Walker ha condannato l’eccidio come una «atrocità indicibile», definendolo «decisamente un crimine contro l’umanità». E, senza aspettare i risultati di un’indagine giudiziaria, ha concluso: «Non esito nemmeno ad accusare le forze di sicurezza del governo di essere responsabili». Oggi, a 89 anni, è ancora sulla scena. Consulente del governo di Pristina, sta scrivendo un libro su Račak. E a fianco al memoriale che ricorda le vittime del massacro è stata eretta un’enorme statua che lo raffigura. Annotazione curiosa: il suo nome è uguale a quello dell’agent provocateur mandato nel 1844 dalla Corona britannica nei Caraibi, immortalato da Marlon Brando nel film Queimada di Gillo Pontecorvo.

Nessuno finora ha fatto un’accurata investigazione su quanto accadde a Račak il 15 gennaio 1999: non i serbi, non l’OSCE, non il Tribunale dell’Aja. Non sono per esempio stati messi a confronto gli elenchi delle vittime, mettendo in evidenza che di liste ne esistono quattro, più quella – senza nomi – del generale Gianni Fantini, al tempo membro della Kosovo Verification Mission, la missione OSCE in Kosovo. Le quattro liste contenenti i nomi delle presunte vittime comprendono quella del giudice di Pristina Danica Marinkovic (40 nomi), quella del Tribunale dell’Aja (45 nomi), quella del Kosovo Memory Book redatto dallo Humanitarian Law Center di Belgrado e di Pristina (52 nomi) e quella del Memoriale di Račak (44 nomi). Tantomeno nessuno ha scoperto che alcuni nomi che compaiono in una lista non compaiono nell’altra.
Prendiamo il caso di Avdil S. Sejdiu, un anziano di 99 anni seppellito nel Memoriale di Račak. Stranamente della sua uccisione nessuno al tempo aveva parlato. Però la sua tomba, forse non a caso, non indica il giorno e il mese della sua morte. In realtà, come è emerso al Tribunale dell’Aja e come rivela l’autorevole (nonché super partes) Kosovo Memory Book, fu ammazzato a Greme/Grebno, Ferizaj/Uroševac, il 2 aprile 1999, due mesi e mezzo dopo la strage.
Allo stesso modo, nessuno è andato a controllare i nomi nei cimiteri dell’UCK vicino a Račak. Perché avrebbe scoperto che, nei cimiteri dell’UCK dei vicini villaggi di Malopoljce e Shtimlje, sono stati sepolti con tutti gli onori riservati ai combattenti dell’Esercito di liberazione del Kosovo, con tanto di logo sulla tomba, sette guerriglieri morti a Račak il 15 gennaio 1999. Non solo. Scorrendo la lista delle vittime di Račak compilata dal Kosovo Memory Book, si scopre che 14 erano dichiaratamente «membri di formazioni armate», vale a dire guerriglieri dell’UCK. In tutto, sono 26 i morti a Račak il 15 gennaio 1999 che appartenevano senz’ombra di dubbio al gruppo separatista armato.
Dissipate le iniziali reticenze dei serbi, che probabilmente servivano a mascherare alcuni loro errori, è certo che il 15 gennaio 1999 a Račak si è verificata una battaglia tra polizia serba e miliziani dell’UCK. Altrettanto certo è che la battaglia di Račak è iniziata con l’«operazione anti-terrorismo» lanciata dalle Forze speciali serbe dopo l’uccisione di quattro poliziotti serbi, fra l’8 e il 10 gennaio, nel corso di imboscate orchestrate dall’UCK proprio nel villaggio di Račak. Allo stesso modo, è certo che parecchie vittime di Račak morirono con le armi in pugno.
Attenzione, però. È anche certo però che il 15 gennaio a Račak persero la vita anche civili albanesi innocenti. Prendiamo per esempio Hasan R. Beqiri. La lapide di marmo nero nel memoriale di Račak parla chiaro: nato nel 1983, morto nel 1999. Aveva 16 anni. Ancor più giovane Halim R. Beqiri. Nato nel 1985, morto nel 1999. Aveva 14 anni e un volto angelico. Le uccisioni di questi due ragazzini sono crimini atroci, per la quale i loro assassini dovranno rispondere alla storia.
Poi ci sono gli adulti. Scorrendo le date di nascita sulle lapidi, si scoprono tanti ventenni e trentenni, ma anche parecchi cinquentenni e alcuni sessantenni. Chi erano Sadik, Bajram, Muhamet, Banush, Nexhat, Raif? Tutti civili innocenti, come dicono i kosovari albanesi? O tutti «terroristi», come dicono i serbi? Chissà… Un aspetto, però, non va trascurato. In una guerra civile come quella scoppiata in Kosovo nel 1998/1999 (per ammissione dell’OSCE e del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia un «conflitto interno armato»), le distinzioni fra guerriglieri, fiancheggiatori e non combattenti non erano così nette. Anche perché l’UCK non era un club con severi criteri di ammissione: erano ribelli che spesso non indossavano neanche l’uniforme completa.
Un interrogativo sorge quindi spontaneo. I civili di Račak che a fine 1998 avevano scavato le trincee sopra il villaggio per conto dell’UCK, che cos’erano? Sostenitori o per lo meno simpatizzanti dell’Esercito di liberazione del Kosovo? Oppure innocenti contadini costretti con la forza a inforcare vanga e piccone?

Va anche rilevato che i civili presenti a Račak il 15 gennaio 1999 si trovavano in un villaggio ormai diventato roccaforte dell’UCK, abbandonato dalla stragrande maggioranza della popolazione, come ammise allora un rapporto OSCE. Ma quei civili rimasti in paese avevano scelto di restare a fianco dei combattenti? O erano stati obbligati a farlo?
Gli interrogativi sono tanti. Ma un fatto è incontrovertibile: al di là di tutto e di tutti, quella di Račak resta una tragedia. E i morti sono e restano vittime. Diciamolo con chiarezza: tutti i caduti di quel maledetto 15 gennaio 1999 meritano di essere commemorati, compresi quelli caduti con le armi in mano. Per onorare la memoria dei defunti e per rispettare il dolore dei loro cari. A Račak ci sono stati figli che hanno perso padri, padri che hanno perso figli, figlie che hanno perso madri, madri che hanno perso figlie, fratelli che hanno perso sorelle, sorelle che hanno perso fratelli… E, comunque, al di là della retorica nazionalista, non possiamo dimenticare che stiamo parlando di povera gente di campagna. I morti di Račak erano persone comuni che, per un caso del destino, si sono trovate coinvolte in un dramma più grande di loro, sacrificando la vita.
Ciò detto, è giusto (e necessario) stabilire la verità storica su quanto avvenuto quella gelida mattina del 15 gennaio 1999. Perché, come insegna la Commissione per la verità e la riconciliazione che ha salvato il Sudafrica post apartheid, non ci può essere riconciliazione senza verità. E, se il Kosovo vuole uscire dallo stallo in cui si trova sin dagli anni Novanta, ha un assoluto bisogno di riconciliazione.
(Continua)
Licenza Creative Commons CC BY-NC-ND Ver. 4.0 Internazionale
Seconda puntata: Il generale Fantini: «Io, a Račak il giorno delle uccisioni che scatenarono la guerra della Nato in Kosovo»





