Con alleanze militari e un’offensiva diplomatica mirata, Mosca sfrutta la crescente instabilità in Africa occidentale per espandere la propria influenza. Dai colpi di stato in Mali e Burkina Faso, fino alla dismissione delle forze francesi, l’assetto politico del Sahel si sta progressivamente inclinando verso il Cremlino. E, sebbene i suoi investimenti nel continente restino inferiori a quelli di Cina e Stati Uniti, la Russia consolida la sua posizione come nuovo attore geopolitico.
In breve
- Ascesa della Russia Mosca sta guadagnando terreno nel Sahel, sfruttando il ritiro della Francia e offrendo supporto militare, diplomatico ed economico ai regimi locali.
- Declino della Francia Niger, Mali, Burkina Faso e Ciad hanno visto governi militari prendere il potere, espellere le truppe francesi e rafforzare i legami con la Russia.
- Brigata Wagner Dopo la morte di Yevgeny Prigozhin, il ministero della Difesa russo ha preso il controllo delle operazioni di Wagner, che continua a operare in Africa con missioni di sicurezza e addestramento.
- Strategia economica e diplomatica Nonostante investimenti minori rispetto a Cina e USA, per rafforzare la sua influenza il Cremlino punta su cooperazione militare, investimenti mirati e accordi infrastrutturali.

«Il Servizio ha arrestato alcuni sarti nello Stato di Kano responsabili della realizzazione delle bandiere russe distribuite nella zona». Il post pubblicato su X il 5 agosto 2024 dal DSS, l’agenzia di sicurezza nigeriana, ha lasciato interdetto più di un lettore. Arrestare dei sarti per il reato di «confezionamento di bandiere»? In realtà, la mossa degli 007 nigeriani aveva una (seppur discutibile) ratio. E non si trattava del fatto che le bandiere incriminate erano state sventolate nel corso di proteste anti-governative.
I poveri sarti erano finiti, loro malgrado, al centro di una disputa geopolitica. Lo Stato di Kano, nel Nord della Nigeria, confina con il Niger. Paese che, dopo aver espulso le forze francesi, era in pieno processo di russificazione. A gennaio, aveva siglato un accordo di cooperazione militare con Mosca, facilitando l’arrivo di istruttori russi. Non solo: a maggio truppe russe erano entrate nella base aerea di Niamey. I goffi arresti condotti dalla polizia segreta nigeriana rispecchiavano quindi la crescente preoccupazione di Abuja sull’avanzata russa in Africa occidentale.
La Russia sta sfruttando il vuoto lasciato dal ritiro francese, in particolare sul piano militare e strategico. Nonostante i suoi investimenti nel continente siano ancora limitati rispetto ad attori come Cina o Stati Uniti, Mosca si sta posizionando come partner alternativo per i regimi africani di molte ex colonie francesi, sfruttando cooperazione militare, diplomazia e accordi sulle risorse naturali.
Apripista della nuova avanzata russa in Africa occidentale è stato il Niger. Il 23 luglio 2023, il presidente nigerino Mahamed Bazoum è stato deposto dalla sua guardia presidenziale e il generale Abdourahamane Tchiani ha preso la guida del Paese. Il governo golpista di Tchiani ha subito dichiarato che le operazioni militari francesi in Niger erano terminate, chiedendo il ritiro di tutte le truppe francesi e statunitensi dal territorio nazionale. Il 2 maggio 2024, truppe russe si sono insediate nelle ex basi americane e francesi a garanzia del mantenimento dell’ordine interno e della lotta ai jihadisti separatisti.
Ma non c’è solo il Niger. Mali, Burkina Faso, Guinea e Ciad sono gli altri tasselli di questo puzzle. Li accomuna l’operazione militare francese Barkhane, una delle più costose dai tempi della Seconda guerra mondiale. Nel 2012, gruppi jihadisti avevano occupato il Nord del Mali, dichiarando uno Stato islamico. Su richiesta del governo maliano, nel gennaio 2013 la Francia è intervenuta militarmente con l’Operazione Serval, poi trasformata in Barkhane, con il supporto dell’ONU e di alcuni Paesi africani.

L’operazione si è impantanata nel deserto, dove i mezzi aerei francesi si sono rivelati poco efficaci contro le tattiche di guerriglia jihadiste. Il dispiegamento delle truppe francesi è stato percepito da molte comunità locali come un ritorno all’epoca coloniale e alcuni governi sono stati accusati di collusione con Parigi e di finanziarsi tramite il traffico di droga. Poi ci sono state le vittime civili, che hanno contribuito a minare la legittimità della presenza francese in Mali. Emblematico l’attacco aereo del 3 gennaio 2021 su Bounti, in Mali, che colpì un matrimonio in pieno svolgimento, causando 22 morti secondo un’indagine ONU, anche se il governo francese ha sempre negato di aver colpito civili.
Numerosi attivisti e analisti africani hanno osservato che l’errore di Parigi è stato di sostenere regimi considerati autoritari in nome della stabilità, trascurando il rispetto dei principi democratici. Questa scelta le si è ritorta contro tra il 2020 e il 2022, quando una serie di colpi di stato ha sconvolto l’Africa occidentale. Nell’agosto 2020 il presidente del Mali Ibrahim Boubacar Keïta è stato deposto e meno di un anno dopo il colonnello Assimi Goïta ha preso il controllo del governo di transizione con un secondo colpo di stato. Nel settembre 2021, anche la Guinea ha visto il rovesciamento del presidente Alpha Condé da parte dei militari, mentre in Burkina Faso il governo è caduto due volte nel 2022, portando al potere il capitano Ibrahim Traoré.
In Ciad la crisi è scoppiata nell’aprile 2021, quando il presidente Idriss Déby è morto in combattimento contro i ribelli del FACT. Il potere è passato a una Giunta militare guidata dal figlio Mahamat Idriss, consolidando il controllo della famiglia Déby sul Paese. Visto il fallimento dell’operazione sotto il profilo della stabilità a lungo termine e l’incapacità di ridurre le minacce jihadiste, il 9 novembre 2022 il primo ministro francese Emmanuel Macron ha annunciato il termine dell’operazione Barkhane.
L’instabilità politica del Sahel ha avuto un effetto devastante per Parigi: la richiesta del ritiro di tutte le sue truppe. Sicuramente un ruolo è stato giocato dalla richiesta ai golpisti della Francia di indire elezioni che ne certificassero la legittimazione. In Mali si sarebbero dovute tenere nel 2022, in seguito posticipate al 2024 e poi indefinitamente. In Burkina Faso il presidente golpista Ibrahim Tourè aveva dichiarato di voler indire le elezioni entro 24 mesi. Ma, ancor oggi, «le elezioni non sono una priorità per il Paese». In Guinea, il generale golpista Mamady Doumbouya, artefice del golpe del 2021, ha dichiarato che il 2025 sarà un anno cruciale per la democrazia, ma di fatto ha disatteso la roadmap elettorale concordata con ECOWAS.
A complicare il quadro c’è l’aspetto economico. Il 28 gennaio 2024 Mali, Burkina Faso e Niger hanno decretato l’uscita dall’Ecowas, l’unione delle nazioni dell’Africa Occidentale i cui Paesi francofoni sono storicamente influenzati dalla Francia. E nel gennaio 2025 hanno annunciato la formazione di un nuovo blocco economico autonomo. Importante anche la questione monetaria: il franco CFA, usato da otto Paesi dell’Africa occidentale, viene stampato in Francia e ha un tasso di cambio fisso con l’euro. In base agli accordi post-coloniali, fino al 2020 gli Stati aderenti dovevano depositare il 50% delle loro riserve valutarie presso il Tesoro francese, quota poi ridotta. Non bastasse, i Paesi della zona CFA devono rispettare rigidi vincoli di bilancio simili a quelli europei, con un rapporto deficit/PIL non superiore al 3%.

Un sistema che garantisce una certa stabilità della valuta, ma che è stato spesso criticato per il suo carattere neocoloniale e per la dipendenza economica che crea rispetto a Parigi. Non a caso, il 14 gennaio 2025 il presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traore, ha risposto così al presidente francese che ha accusato le ex colonie di scarsa riconoscenza: «Macron ha umiliato tutti gli africani. È così che questo gentiluomo vede l’Africa e gli africani. Noi non siamo esseri umani ai suoi occhi. Se c’è qualcuno, ingrato questo è lui».
Il crescente rigetto della presenza francese nelle ex colonie ha fatto emergere un partner comune: la Russia. Attivo già da anni in Sudan e Guinea, il Cremlino ha costruito la sua influenza tramite campagne di disinformazione e di propaganda anti-occidentale, spesso sfruttando il malcontento contro l’ex potenza coloniale. I social media hanno avuto un ruolo chiave, con diffusione di fake news sulla guerra in Ucraina, video di soldati francesi presentati come zombie e centinaia di account social contro le politiche dell’Occidente.
Parallelamente, la Russia ha incrementato il suo supporto militare attraverso la Brigata Wagner, che ha svolto operazioni di addestramento e protezione. Ancor oggi, il gruppo è attivo in Africa. Dopo la morte del suo fondatore, Yevgeny Prigozhin, nel 2023, la Russia ha assunto il controllo diretto delle operazioni attraverso il Ministero della Difesa. Lo scorso novembre, Wagner ha presentato un filmato patinato per reclutare membri per le sue operazioni in Africa, presentando le missioni come ad alto contenuto tecnologico e a basso rischio rispetto ad altri teatri di conflitto.
Durante il colpo di stato in Burkina Faso, i dimostranti a favore del nuovo regime sventolavano bandiere russe. Corsi di lingua russa sono stati poi introdotti nelle scuole e nel gennaio 2023 sono poi stati mandati a casa i contingenti francesi, poi sostituiti da un contingente russo. Qualche mese dopo, a San Pietroburgo, Putin ha firmato un accordo per donare grano al Paese africano.
Attivati anche accordi economici fra il governo golpista del Mali e la Russia: dalle infrastrutture alla raffinazione dell’oro. Anche il governo del Ciad ha chiesto alle truppe francesi di abbandonare il territorio e concludere la partnership sulla difesa. Non è passata inosservata la visita del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov dello scorso aprile, durante la quale N’Djamena annunciava la nuova collaborazione militare.
E non sono mancate le sorprese di fine anno. Il 31 dicembre 2024, il neo eletto presidente senegalese Bassirou Diomaye Faye ha annunciato il ritiro delle truppe francesi. Idem la Costa D’Avorio, che il primo gennaio 2025 ha indetto il medesimo ordine di ritiro dei contingenti militari di Parigi.

Il rigetto dell’Afrique francese si è subito trasformato in voglia di Африка (Afrika in caratteri latini) russa. Alla base di quest’inversione di rotta, c’è anche il forte legame di Mosca con una delle nazioni più produttive del continente, il Sud Africa, membro dei BRICS fin dal 2010.
Nonostante gli investimenti russi rappresentino meno dell’1% degli investimenti globali in Africa, dove le imprese di Stati Uniti e Cina continuano a farla da padrone, Putin ha lanciato un’offensiva low cost di relazioni diplomatiche e di sostegno ai politici locali che ha dato grandi frutti. Basti pensare alle astensioni dei Paesi africani sulla risoluzione Onu per il cessate il fuoco in Ucraina tenutasi nel febbraio 2023 (astenuti Senegal, Repubblica Centroafricana, Sudan, Sud Africa, Congo, Gabon, Angola, addirittura contrario il Mali).
Nel summit «Africa Day» che si è tenuto a Mosca nel maggio 2024, il ministro degli Esteri Lavrov ha usato parole di fuoco: «I metodi occidentali sono cambiati, ma la fiducia della sua politica verso le nazioni africane è immutata e consiste nel sottomettere e vivere sulle spalle delle altre nazioni usando forme più sofisticate di sfruttamento». Per concludere: «Al contrario dei precedenti poteri coloniali, stiamo costruendo relazioni con i nostri amici africani esclusivamente sulla base di una collaborazione paritaria ed onesta, senza pressioni, ricatti, politicizzazioni e intrusioni negli affari interni».
Tutto questo a danno di una Francia sempre più debole, che paradossalmente non può fare a meno della Russia per le forniture di uranio, essenziali per le sue centrali nucleari. Le ultimissime notizie riportano l’abolizione della lingua francese come lingua ufficiale in Burkina Faso e l’ingresso della Nigeria nei BRICS come nuovo Paese partner. Con buona pace dei sarti nigeriani, ormai le bandiere russe non fanno più paura. Benvenuti in Африка.
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