La registrazione della presentazione di Krisis che si è tenuta il 12 dicembre alla Casa della cultura di Milano. Alla presenza di quasi 100 persone, abbiamo parlato della memoria storica di Jasenovac, il lager creato durante la Seconda guerra mondiale in Croazia dal regime filo-nazista degli Ustascia, guidato da Ante Pavelić. Hanno condiviso le loro testimonianze il giornalista di guerra Fausto Biloslavo, l’abate del monastero kosovaro di Decani Sava Janjic, il fotografo di guerra Livio Senigalliesi e il biografo di Indro Montanelli Sandro Gerbi.
Conosciuto come «l’Auschwitz dei Balcani», a Jasenovac furono sterminati almeno 100.000 serbi, ebrei, rom e croati antifascisti. Ma, a differenza della fabbrica della morte nazista, nel lager croato tutto veniva compiuto a mano, con metodi brutali e primitivi. Tanto che secondo un rapporto dei Carabinieri reali del luglio 1941, a confronto di Jasenovac Dachau e Buchenwald sembravano «quasi luoghi di cura». Indro Montanelli lo visitò un anno dopo.
I relatori hanno sottolineato come l’ombra di Jasenovac sia restata nella memoria collettiva dell’ex Jugoslavia, influenzando pesantemente le guerre balcaniche degli anni Novanta.

Fausto Biloslavo. Giornalista di guerra che lavora per Il Giornale e collabora con Panorama, Mediaset e ha pubblicato sette libri. All’Università internazionale di Roma insegna “Fondamenti di geopolitica e scenari di guerra”. In 40 anni sui fronti più caldi del mondo ha scritto oltre 7000 articoli accompagnati da foto e video per le maggiori testate italiane e internazionali. E vissuto tante guerre da apprezzare la fortuna di vivere in pace.
Sandro Gerbi. Storico e giornalista, ha pubblicato con Hoepli Tempi di malafede (2ª edizione 2012); Giovanni Enriques dalla Olivetti alla Zanichelli (2013), Indro Montanelli (con Raffaele Liucci, 2ª edizione 2014), I Cosattini. Una famiglia antifascista di Udine (2016), Raffaele Mattioli e il filosofo domato (2ª edizione 2017), Ebrei riluttanti (2019), Il selvaggio dell’Orinoco (2023). Ha collaborato per oltre vent’anni alle pagine culturali della «Stampa», del «Sole 24 Ore» e del «Corriere della Sera».
Padre Sava Janjić, l’abate serbo-ortodosso del monastero di Dečani, in Kosovo. Noto come il «monaco cibernetico» per il suo uso innovativo della tecnologia dell’informazione, è nato a Dubrovnik da padre serbo e madre croata. Durante la guerra del 1999 andò a prendere casa per casa oltre 200 albanesi kosovari minacciati dai paramilitari serbi, per portarli al sicuro nel monastero assieme ai suoi confratelli. Dopo la guerra, accolse invece rifugiati serbi minacciati da estremisti albanesi. I suoi sforzi per promuovere la pace e la riconciliazione sono stati riconosciuti a livello internazionale. Impegnato nel dialogo interreligioso, Padre Sava continua a lavorare per promuovere la riconciliazione nei Balcani. Per il suo impegno a favore della non violenza e del dialogo, si potrebbe definire il Desmond Tutu del Kosovo.
Livio Senigalliesi. Con 40 anni di esperienza nell’ambito del reportage politico e sociale, è stato testimone di fatti storici che hanno segnato il ventesimo secolo. Dalla caduta del Muro di Berlino all’assedio di Sarajevo, dal genocidio in Ruanda a quello in Cambogia, ha collaborato con le più prestigiose testate giornalistiche internazionali. Autore di mostre fotografiche e libri sul tema dei conflitti, realizza progetti didattici nelle scuole e università per avvicinare i giovani ai temi della pace e della guerra ed alla comprensione delle migrazioni forzate.
Elisabetta Burba. Fondatrice e direttrice responsabile di Krisis, è una giornalista d’inchiesta e docente a contratto all’Università Statale di Milano. È stata capo della sezione Esteri di Panorama, ha collaborato con media internazionali, partecipato a missioni di osservazione elettorale per l’OSCE, scritto libri e insegnato all’Università dell’Insubria e alla Summer School del Marlborough College (UK). Dopo la laurea in Lettere alla Statale di Milano, ha fatto un master al Politecnico e seguito corsi all’Università del Wisconsin, alla Scuola Sant’Anna di Pisa e alla London School of Economics. Vincitrice del premio Saint-Vincent.





