I pericoli del conflitto tra Russia e Occidente alla luce dei passi falsi commessi dopo la Prima guerra mondiale. Lo storico Goffredo Adinolfi critica la visione semplicistica «aggressori/aggrediti» che riduce la complessità geopolitica e ostacola la comprensione degli eventi e i margini di mediazione. «La pace è anche una questione di mediazione e di inclusione: questo ci insegna il passato» spiega Adinolfi. Partendo dall’invasione tedesca della Polonia, evidenzia come le dure condizioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles alimentarono sentimenti di rivincita, favorendo l’ascesa del nazismo. E conclude sottolineando che una narrazione manichea dell’odierno conflitto Russia-Ucraina rischia di spingere il mondo verso l’Apocalisse.
Prologo
«Aggrediti e aggressori» è lo slogan che si è imposto all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina il 24 febbraio 2022. Una dicotomia che non ammette tentennamenti e che non permette né di comprendere la complessità degli avvenimenti, né di retrocedere l’analisi a prima dell’attacco. Un modo di vedere che ha certamente una sua incontrovertibile ragione, dato che è innegabile che siano state le truppe di Vladimir Putin a invadere il Paese vicino. Tuttavia, al di là di un primo e superficiale sguardo, questa interpretazione lascia fuori troppi elementi, come un mosaico a cui sono state lasciate unicamente le tessere bianche e nere.
In questa logica binaria di aggressori/aggrediti tutto scompare: gli Stati, la storicità degli eventi e la geopolitica. Un approccio che rende impossibile qualsiasi analisi, anzi, pensato apposta per rendere impossibile capire cosa stia succedendo perché capire diventa sinonimo giustificare. Il tutto in una logica populista segnata dall’idea di guerra di civiltà che è andata affermandosi soprattutto con l’inizio del nuovo Millennio e che vede schierati da una parte i buoni, le democrazie, e dall’altra un pezzo dell’impero del male, la Russia. Impostare un’analisi col principio della guerra di civiltà – quella autocratica di Putin – però è foriera di fraintendimenti e soprattutto non permette mediazioni utili a ricomporre un ordine internazionale sull’orlo di un’esplosione incontrollabile.
Ma lo schema «aggressore/aggredito» non risulta efficace nemmeno per comprendere un conflitto dalle responsabilità apparentemente chiare come la Seconda Guerra Mondiale. Quando la Germania invase la Polonia il primo settembre 1939, erano passati poco più di 20 anni dalla fine del primo conflitto mondiale. L’invasione rappresentava in realtà solo l’ultimo atto di una serie di azioni portate avanti da Italia e Germania per rompere l’ordine internazionale che si era costituito a Parigi, dove il Trattato di Versailles e le sue dure condizioni avevano suscitato un profondo risentimento, alimentando desideri di rivalsa e rabbia.
L’obiettivo che ci si propone in questo articolo è di analizzare alcuni degli elementi che sono stati alla base dell’ascesa di un sentimento «revisionista» tra le popolazioni europee, che si sarebbe poi coagulato nel fascismo e nel nazismo. Evitando qualsivoglia approccio teleologico, non si intende qui suggerire che l’epilogo della Prima guerra mondiale fosse già scritto o inevitabile fin dall’inizio. Anzi, nel corso di questo contributo si vedrà come questo percorso che finì per portare a un nuovo conflitto mondiale fu segnato da una serie di scelte che andarono nella direzione di una pacificazione concreta del continente – basta guardare gli anni che seguono agli accordi di Locarno del 1925.
Non si vuole insomma cadere nella trappola di dare sequenza logica a posteriori ad avvenimenti che non necessariamente sono accomunati da una precisa sequenzialità. E non si vuole neppure giustificare: capire dovrebbe essere la base per non ripetere. Una premessa, questa, che ci sembra doverosa per non dare la sensazione che tra il novembre del 1918 e il settembre del 1939 l’Europa sia tutto solo un piano inclinato verso una nuova, imminente catastrofe.
L’analisi si svolgerà su due livelli. Nella prima parte verranno evidenziati principalmente gli aspetti internazionali, esaminando come la logica «aggredito-aggressore» abbia influenzato il mantenimento dell’ordine internazionale in un contesto di disequilibrio permanente. La seconda parte invece affronterà la questo di come l’idea manicheista del bene da una parte, e del male dall’altra, abbia creato un clima di rabbia che ha alimentato le forze politiche più retrive.
I due piani – internazionale e intranazionale – non solo si sovrappongono, ma si influenzano reciprocamente. L’Europa tra il 1914 e il 1945 ha vissuto un lungo periodo di quella che si può definire come critical juncture, ovverosia una fase in cui le istituzioni che avevano retto il continente nell’Ottocento non erano più in grado di rispondere alle necessità per cui erano state costituite. Anche qui ci stiamo riferendo sia al piano nazionale, con l’emersione delle masse come soggetto politico attivo, che a quello internazionale, con il declino della Gran Bretagna e l’ascesa della Germania prima e degli Stati Uniti poi.
Lo scontro tra le potenze europee si era esplicato fino all’inizio del Novecento sul campo esclusivamente coloniale e, dati i legami tra le casate che governavano il continente, sembrava impossibile che una guerra fratricida potesse sconvolgere l’Europa. Storicamente sappiamo che a ogni alterazione degli equilibri internazionali è corrisposto un periodo di assestamento. Parte dell’instabilità odierna – che vede l’ascesa di nuovi protagonisti come la Cina e il chiaro declino degli Stati Uniti – dev’essere chiaramente interpretata anche in questo senso. Data la fluidità delle strutture propria in una fase di congiuntura critica, le decisioni degli attori politici assumono in questo tipo di contesto un peso ancora più determinante.
Di fronte all’instabilità si affrontano due mondi, quello vecchio, che prova a perpetrare sé stesso, e quello nuovo, che prova ad approfittare dell’instabilità crescente per affermarsi. Il nuovo assetto sarà quindi determinato proprio dagli scontri e dal prevalere di alcune strutture su altre. Sono due, allora, i grandi cleavages a generare instabilità. Sul piano internazionale, quello che opponeva la Gran Bretagna, potenza all’apogeo della sua forza, e la Germania, in ascesa.
Uno scontro dal quale nessuna delle due sarebbe uscita vincitrice, vedendosi entrambe sorpassate dagli Stati Uniti e assistendo impotenti alla fine della centralità europea. Sul piano domestico, invece, a cavallo con la Prima guerra mondiale, è intervenuta la definitiva crisi del liberalismo: a contenderne le spoglie c’erano le spinte democratizzatrici, da un lato, e i sistemi a partito politico unico – socialista e fascista – dall’altro.
Gli Stati Uniti sbarcano in Europa
Finita la Prima guerra mondiale, la questione centrale era quella dell’assetto post-bellico. Ma non solo. La grande novità è l’ascesa nel circolo delle grandi potenze degli Stati Uniti, entrati in guerra nel 1917. L’8 gennaio del 1918 il presidente americano Woodrow Wilson aveva lanciato il suo piano per una ricomposizione delle fratture del continente europeo, sintetizzato in 14 punti. Principi rivoluzionari per un’Europa ancora saldamente ancorata a valori estremamente conservatori e imperialisti.
Basti pensare al principio della libertà dei popoli di decidere quale governo darsi. Così come il sesto punto relativo alla Russia socialista: «Sgombero di tutti i territori russi e soluzione di tutte le questioni concernenti la Russia che assicuri la migliore e più libera cooperazione delle altre nazioni per dare alla Russia il modo di determinare, senza essere ostacolata né turbata, l’indipendenza del proprio sviluppo politico e della propria politica nazionale, per assicurarle una sincera accoglienza nella Società delle Nazioni con istituzioni di sua scelta». Fra le novità dirompenti, l’idea poi che i trattati segreti – il primo punto – dovessero essere aboliti, oppure, secondo punto, la libertà di navigazione. O anche il principio per cui le frontiere, nono punto, comprese quelle italiane, si sarebbero dovute risolvere in base a un rigido criterio di nazionalità.
Il discorso di Wilson ebbe da subito una grandissima risonanza e, sotto molti aspetti, sembrò confermare l’idea che le ragioni degli Alleati fossero quelle dell’emancipazione. Pubblicato in prima pagina sul Corriere della sera del 10 gennaio 1919, il discorso fu oggetto di una discussione pubblica molto allargata. Tra tutti i punti, il quattordicesimo conteneva l’elemento di maggior rilievo. Statuiva infatti la necessità di costituire «un’Associazione Generale delle Nazioni (…) formata in base a convenzioni speciali, allo scopo di fornire mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli Stati».
L’idea di fondo che ispirava Wilson era quella per cui ogni Stato avrebbe avuto legittimità e a ciò doveva corrispondere un’idea di «pace stabile e giusta». Al Congresso, il Presidente americano dichiarava anche di non volere assumere un atteggiamento punitivo contro gli Imperi centrali: «Non abbiamo gelosia della Germania, non desideriamo di nuocerle, né ostacolare in qualsiasi modo la sua influenza o la sua legittima potenza. Quello che desideriamo dalla Germania è soltanto che essa accetti un posto eguale a quello degli altri tra i popoli del mondo».
Sul Corriere si arrivava a parlare degli Stati Uniti Europei, facendo anche riferimenti al Concerto europeo e alla Santa Alleanza. Ci fu chi vi intravvide un percorso non necessariamente lineare ma in qualche modo unico. Se volessimo fare un parallelismo storico, potremmo dire che di fronte al collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 e alla implicita vittoria della Guerra fredda degli Usa non è corrisposto un riassetto dell’ordine internazionale tale da includere anche la potenza sconfitta: la Russia. L’opzione di Washington è stata quella di occupare solitaria uno spazio che si è rivelato essere sul lungo periodo di difficile gestione e che è alla base oggi della crescente instabilità.
Per tornare al periodo successivo alla Grande guerra, come è noto, la conferenza di pace di Parigi che si aprì nel gennaio del 1919 prese una strada diametralmente opposta rispetto a quella auspicata da Wilson. Si impose, soprattutto per volontà dei francesi, una logica «aggressori/aggrediti» che non permetteva di guardare lontano come aveva fatto Wilson pochi mesi prima. Il Trattato di Versailles che ne derivò, firmato il 28 giugno del 1919, si basò su una dottrina rigorosamente colpevolizzante e punitiva dei nemici sconfitti. Rimaneva in piedi del discorso di Wilson solo la Società delle nazioni, di cui però la Germania non avrebbe inizialmente fatto parte. Tra vincitori e vinti non poteva esserci quindi mediazione.
A sorpresa, la potenza che avrebbe potuto giocare un ruolo da mediatrice tra i litigiosi Stati europei – gli Stati Uniti – decise repentinamente di assumere posizioni isolazioniste. Il Senato degli Stati Uniti bocciò il Trattato di Versailles in due votazioni successive, la prima il 19 novembre 1919 e una seconda il 19 marzo 1920.
Il Trattato di Versailles
Il Trattato di Versailles è un testo imponente, composto da quasi 500 articoli in circa 250 pagine. Nella prima parte fu sancita l’istituzione della Società delle Nazioni. Inizialmente i membri sono una manciata di Stati, perlopiù i vincitori della guerra. La Germania ne sarebbe entrata a fare parte solo dopo la metà degli anni Venti. Tuttavia, la gran parte del testo riguardava le condizioni di pace imposte alla Germania. L’articolo 231 era quello più controverso perché sanciva: «Le potenze alleate e i governi a loro associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite e i danni subiti dai governi alleati e associati e dai loro cittadini a seguito della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati».
Ne conseguiva il diritto degli Alleati di imporre alla Germania pesanti misure di riparazione dei danni causati. In sostanza, l’obiettivo era quello di rendere la Germania permanentemente inoffensiva. Una parte consistente del territorio tedesco fu decurtato, l’impero coloniale liquidato, ma, soprattutto, la continuità territoriale tra la Germania e il suo sbocco nel mare del Nord, il porto di Danzica, fu interrotta da uno stretto lembo di territorio polacco. A ciò si sommavano ingenti riparazioni di guerra da versare, l’occupazione della Renania a garanzia dei pagamenti e infine, l’annichilimento dell’esercito.
Di fronte a condizioni giudicate eccessivamente vessatorie, il governo tedesco guidato dal socialdemocratico Philipp Scheidemann decide di dimettersi pur di non essere costretto a firmare il Trattato. Il suo successore Gustav Bauer – sempre socialdemocratico – provò a chiedere di negoziare su alcuni punti, tra cui l’articolo 231, ma alla fine si vide obbligato a firmare senza ottenere nessuno sconto.
Della volontà di evitare una vendetta contro la Germania espressa da Wilson non era rimasto nulla. Eppure, già da allora, non erano in pochi a rendersi conto dei rischi connessi all’assunzione di un atteggiamento fortemente punitivo ed escludente. Tra i più influenti critici al trattato di Versailles vi fu John Maynard Keynes che, dalle pagine del libro che pubblicò nei mesi immediatamente successivi, il celebre The Economic Consequences of the Peace, di fatto anticipava quanto sarebbe successo negli anni a venire. L’economista britannico si esprimeva in maniera durissima contro coloro che avevano stilato un trattato che «non guarda al futuro dell’Europa» e che definiva come «la pace cartaginese di Clemenceau». Le riparazioni, scriveva Keynes, avrebbero impedito alla Germania di svilupparsi economicamente e la mancata crescita avrebbe determinato una forte instabilità politica. Una previsione tristemente realistica: «Il trattato non include alcuna disposizione per la riabilitazione economica dell’Europa – nulla per trasformare gli sconfitti imperi centrali in buoni vicini, nulla per stabilizzare i nuovi Stati europei, nulla per recuperare la Russia; né promuove in alcun modo un patto di solidarietà economica tra gli stessi Alleati; non è stato raggiunto alcun accordo a Parigi per ripristinare le finanze disordinate di Francia e Italia, o per adattare i sistemi del Vecchio Mondo e del Nuovo».
Quella di Versailles era una pace che, di fatto, scontentava tutti. I francesi perché non era abbastanza severa e i tedeschi per le ragioni già citate. Ma anche gli italiani tornarono dalle negoziazioni profondamente delusi, non vedendosi riconoscere parte degli allargamenti territoriali previsti nel trattato di Londra del 1915 su cui era stata decisa l’entrata in guerra. Ne nacque, nell’immediato dopoguerra, il tema della «vittoria mutilata» che attecchì in ampi settori della società italiana, tra cui quelli che poi si sarebbero coagulati intorno al partito fascista, portandoli ad assumere un atteggiamento revisionista rispetto al nuovo ordine internazionale che andava costruendosi in quelle settimane. Il 12 di settembre Gabriele D’Annunzio, poeta e animatore politico, occupò la città istriana di Fiume, che non era stata concessa all’Italia, determinando di fatto il primo atto di revisione dell’assetto appena sancito a Parigi.
Conclusioni
L’epilogo, la Seconda guerra mondiale, non era scritto già nel 1918, ma è stato scritto riga per riga tra il 1918 e il 1939. Come sottolineato più volte, l’idea dal sapore populista di contrapporre manicheamente «aggressori e aggrediti» non ammette né deroghe né sconti. Una visione che in qualche modo ricalca l’atteggiamento intransigente e dai tratti populisti prevalente nelle élite politiche e nei mass-media di oggi. Populista nella misura in cui tende a semplificare questioni complesse e a sintetizzarle a due campi facilmente distinguibili e altamente ideologizzati, dentro ai quali è possibile solo schierarsi senza mai potere dubitare: o con noi o contro di noi.
La Germania doveva pagare perché ritenuta la sola responsabile della carneficina che si era abbattuta sull’Europa tra il 1914 e il 1918. Sono stati fatti infiniti studi alla ricerca delle motivazioni che portarono a questo sbocco, ma, se si dovesse qui definire una sola causa maggiore, si potrebbe forse dire che era mancato da parte delle classi dirigenti di molti Paesi un atteggiamento inclusivo. L’isolazionismo degli Stati Uniti, la cui forza era stata ampiamente sottovalutata non solo da Benito Mussolini e da Adolf Hitler, più in generale aveva ingenerato negli europei l’illusione di essere ancora il centro del mondo. L’ordine internazionale era fortemente gerarchico e l’assenza di quella che era diventata la maggior potenza mondiale aveva sicuramente giocato un ruolo destabilizzante. Ma non solo. Anche la decisione di emarginare la Germania aveva ingenerato profondi disequilibri. Essere considerati gli unici responsabili di un’aggressione, quando nei fatti le responsabilità sono sempre molto più complesse, ingenera un sentimento di frustrazione che, quando si parla di grandi potenze, si trasforma facilmente in un desiderio di rivalsa. Un atteggiamento diametralmente opposto a quello adottato, ad esempio, con il Congresso di Vienna del 1815, dove la Francia sconfitta era stata comunque ammessa a far parte del consesso delle nazioni. Nel corso degli anni post Trattato di Versailles, pur con evidenti discontinuità, le diffidenze si andarono mutuamente rafforzate provocando una continua delegittimazione di chi aveva capito – come i Wilson o i Keynes – che con un atteggiamento punitivo ci si stava preparando ad affrontare una seconda, non inevitabile, guerra. La stessa osservazione può essere fatta oggi. Costruire basi militari, come gli Stati Uniti hanno fatto negli ultimi 20 anni intorno alla Russia, non è evidentemente stato un modo per sviluppare un buon rapporto di vicinato con l’ex nemico. Ecco perché uscire dallo schema aggressori/aggrediti è oggi, come poteva esserlo allora, l’unico modo per risolvere l’impasse che sembra portarci dritti verso la catastrofe nucleare.




