L’ordinario di Storia dell’Eurasia a Venezia analizza le tensioni esplose in Georgia, innescate dalle profonde divisioni fra l’opposizione e il partito vincitore delle contestate elezioni del 26 ottobre. Evidenziando il contrasto tra Unione europea e Sogno georgiano, Aldo Ferrari sottolinea che il partito accusato di promuovere leggi contro l’agenda LGBT non è affatto filo-russo. Al governo dal 2012, si erge a difesa dei valori tradizionali del Paese cristiano-ortodosso senza accettare imposizioni esterne.
Professor Ferrari, che cosa sta succedendo in Georgia, dove sono tornate in piazza decine di migliaia di persone?
«La Georgia ha una vita politica tradizionalmente molto partecipata, molto calda. Decine di migliaia di persone in piazza sono la normalità in quel Paese. Questo non vuol dire che quanto stia accadendo sia poco significativo. In Georgia ormai da anni c’è una forte spaccatura tra due partiti, o meglio, tra un partito e un blocco di opposizione che ha perso quattro volte consecutive dal 2012. Questa è la quarta tornata elettorale vinta da Sogno georgiano. E, se dobbiamo credere agli esiti ufficiali delle elezioni, è stata vinta in maniera molto netta: oltre il 50 per cento dei voti contro il 38 per cento andato ai partiti di opposizione. I quali però rifiutano, anche dopo un riconteggio dei voti, di ammettere la sconfitta».
In prima fila c’è la presidente Salomé Zourabichvili.
«Una particolarità georgiana è che la presidente della Repubblica, che va ricordato è georgiana ma è nata in Francia, ha (come dire?) posizioni molto molto critiche nei confronti del partito di governo. Zourabichvili ha espresso valutazioni assolutamente di parte. Non è certo il presidente garante istituzionale al quale siamo abituati per esempio in Italia, pur avendo un ruolo grosso modo simile dal punto di vista costituzionale. Zourabichvili è invece parte del conflitto politico in atto: ha letteralmente chiamato l’opposizione alla manifestazione e alla resistenza contro il risultato di un voto a lei sgradito».

Le proteste sono il risultato della presa di posizione del Parlamento europeo, che ha respinto l’esito del voto, e della successiva sospensione dei colloqui di adesione all’UE da parte di Tblisi.
«Noi europei non siamo abituati a mettere in discussione le modalità della nostra azione. Il Parlamento europeo e in generale tutti gli organi politici europei, ma anche la stragrande maggioranza dei media, rifiuta l’esito delle elezioni georgiane. E lo rifiuta pregiudizialmente, invitando al boicottaggio e a scendere in piazza. Sono posizioni che, se venissero messe in atto per esempio dalla Russia, le definiremmo come indebita partecipazione, aggressione, ingerenza non umanitaria… Inoltre c’è chiaramente, a mio giudizio, una finalità, una modalità ricattatoria da parte dell’Unione europea».
Quindi ha ragione il primo ministro Irakli Kobakhidze a parlare di ricatti?
«Secondo me ha assolutamente ragione. Ci sono risoluzioni del Parlamento europeo che invitano a votare contro il partito di governo. Certo, giustificando questa indicazione con i comportamenti non in linea con le richieste europee…».
Che sono in sostanza due: la legge sugli agenti stranieri e la questione LGBT.
«Sì, peraltro strettamente collegate fra loro. Si tratta di due leggi che vengono definite in Occidente leggi russe, perché effettivamente in Russia ci sono leggi simili, ma questo non vuol dire che siano state promulgate su ordine di Mosca. Quelle leggi rispecchiano la volontà del governo georgiano di limitare e controllare l’azione delle ong finanziate all’estero. Azione che, in un Paese piccolo e poco popolato come la Georgia hanno un impatto fortissimo. In un senso che può essere considerato (e lo è da molti georgiani) come aggressivo nei confronti dei valori morali tradizionali della Georgia, che è un Paese molto religioso e piuttosto conservatore».

Filo-russo, dicono tanti osservatori.
«Quello che noi occidentali fatichiamo a capire (anche perché la resa mediatica è veramente disastrosa, superficiale e fuorviante) è che in Georgia si può essere moralmente conservatori, ostili al movimento LGBT e alle sue richieste, ma essere antirussi e filoeuropei. Il problema è che l’Europa vuole un’adesione totale ai propri desiderata, anche quelli che cozzano contro la volontà della maggior parte della popolazione georgiana, che continua a votare per Sogno georgiano».
La legge sugli agenti stranieri non è molto simile a quella americana, il Foreign Agents Registration Act introdotto nel 1938?
«Che ovviamente non viene mai citato… Quella georgiana è una legge che controlla la possibilità per organizzazioni non governative, finanziate per oltre il 20% dall’estero, di agire liberamente. Le registra e ne segue le attività. Occorre sottolineare che in Paesi come la Georgia sono le ong a portare avanti quel tipo di iniziative che il governo non ama. E, dato che la popolazione continua a votare questo partito e questo governo, si dovrebbe ragionevolmente pensare che non siano amate neanche dalla maggior parte della popolazione».
In che cosa consistono queste iniziative? Nella promozione dell’agenda LGBT?
«Sì, ma non solo. La questione LGBT è la punta di diamante, ma naturalmente ci sono anche misure di sostegno alla contraccezione e alla limitazione delle nascite… È tutto un processo che noi in Occidente abbiamo già vissuto, che possiamo approvare o non approvare, ma che in Georgia sta penetrando adesso e in larga misura per opera di queste ong. Chiaramente fra tutte queste proposte innovative che caratterizzano ormai da tempo piaccia o non piaccia l’Europa e l’Occidente, quella che si scontra maggiormente con la mentalità georgiana è l’agenda LGBT. Questo è senza dubbio il fattore di maggior resistenza, su quale l’Europa però insiste con assoluta determinazione. C’è anche da chiedersi (io personalmente me lo chiedo) se questa insistenza sia poi così lucida politicamente».

Ma la causa dello scontro fra Unione Europea e governo georgiano è l’agenda LGBT?
«L’agenda LGBT è quella alla quale la propaganda occidentale fa riferimento più spesso. Ma ci sono molte altre questioni. Se io dovessi dire perché Sogno georgiano vince le elezioni, accanto alla resistenza all’agenda LGBT metterei sicuramente la chiarezza di Sogno georgiano di non entrare assolutamente in conflitto con la Russia nella guerra che lo oppone all’Ucraina. I georgiani hanno paura di essere coinvolti in questa guerra».
Hanno paura di fare la fine dell’Ucraina…
«Esatto. Ci sono già truppe russe in Abkhazia e Ossezia Meridionale, territori giuridicamente georgiani ma ormai indipendenti de facto da 30 anni. E non dimentichiamo che la Russia era già arrivata alle porte di Tbilisi nell’agosto del 2008… Insomma, la maggioranza dei georgiani vota per Sogno georgiano anche perché ha una posizione chiarissima contro la guerra. E normalmente questa posizione viene sbeffeggiata dai media occidentali che parlano di paranoia, di falsificazione, di invenzione di un fronte della guerra che in realtà non esisterebbe. Insomma, sono argomenti più delicati. Quello che dico è che bisognerebbe avere maggior rispetto anche di posizioni politiche interne e internazionali che non corrispondano in Georgia a quanto la maggioranza degli europei ritiene giusto. Non si può apprezzare la democrazia solo quando esprime partiti che rispecchiano le dinamiche prevalenti in Europa.

Quindi no all’agenda LBGT e no alla guerra. C’è altro?
«Di pari passo c’è la questione dell’economia perché per la Georgia avere buoni rapporti economici con la Russia, che porta turisti nel Paese del Caucaso e importa merci georgiane, è assolutamente fondamentale».
Il partito di governo Sogno georgiano passa per essere filo-russo. Lo è davvero?
«Assolutamente no, è una cosa di un’idiozia sconvolgente. Sarebbe come dire che il governo dei Kaczynski in Polonia era filorusso… Ci sono in realtà ben pochi georgiani filorussi. I georgiani, come i polacchi, possono essere più o meno antirussi. Hanno un’avversione costitutiva proprio nei confronti della Russia che accusano – a mio avviso in maniera poco equilibrata – di aver invaso e oppresso la Georgia. I georgiani sono tutti filo-europei. Non c’è nessuno che voglia ritornare con la Russia, sotto la Russia, nella Russia, accanto alla Russia, nessuno. Non ci sono partiti filorussi in Georgia: è una falsificazione clamorosa. Il partito Sogno georgiano non è un partito filorusso. Essere filorusso vuol dire voler entrare nell’Unione Economica Eurasiatica o voler far parte della CSTO, l’alleanza militare a guida russa. Non c’è nessuna indicazione politica in tal questo senso. Sogno georgiano, in 12 anni di governo, ha sempre detto di volere entrare nell’Unione Europea. Non c’è nulla di tutto questo. Però Sogno georgiano non accetta il diktat continuo dell’Unione Europea, in particolare in maniera simbolica sulla questione LGBT. Ma sapete che noi abbiamo detto prima delle elezioni che bisognava votare per l’opposizione a Sogno georgiano?».
L’Unione europea ha detto esplicitamente ai cittadini georgiani di non votare il partito di governo?
«Leggete la “Risoluzione del Parlamento europeo del 9 ottobre 2024 sul regresso democratico e le minacce al pluralismo politico in Georgia”). È un atto d’accusa contro Sogno georgiano, incolpato di regressione democratica, polarizzazione politica, attacchi e intimidazioni all’opposizione, promozione di un clima di odio, tendenze autoritarie, retorica anti-occidentale e filorussa, leggi discriminatorie, uso improprio delle istituzioni, relazioni internazionali problematiche… Se questa non è ingerenza, che cos’è? Io insisto nel dire che l’Unione Europea soffia sul fuoco. In Georgia come in Moldavia, tifando spudoratamente per una delle due parti».
Ma la decisione di Sogno georgiano di sospendere i colloqui di adesione all’UE fino al 2028 non è stata eccessiva?
«Assolutamente sì, perché in questa maniera si rafforza l’accusa di chi dice che Sogno georgiano non vuole più percorrere questa strada. Però vanno anche lette le motivazioni. Il primo ministro Irak’li K’obakhidze ha detto che non sono disposti a continuare le trattative da mendicanti e sotto pressione, ma che vogliono procedere in maniera degna della Georgia, un Paese con una sua tradizione e una forza democratica. In sostanza, ha detto sì all’ingresso in Europa, ma senza ricatti, senza precondizioni e senza sacrificare gli interessi nazionali. Poi si può discutere sui quattro anni, io personalmente avrei sospeso i colloqui in via momentanea».

Eppure il Parlamento Europeo ha chiesto nuove elezioni.
«Sogno georgiano ha vinto con il 55% delle preferenze. Poi c’è stato il riconteggio, che ha confermato la vittoria di Sogno georgiano. Esattamente con gli stessi dati. Allora… O si dimostra che è tutto falso, portando prove dei brogli assolutamente inattaccabili, oppure contestare l’esito perché non piace il partito che ha vinto è grottesco».
Ma la missione di osservazione elettorale dell’OSCE che cosa ha dichiarato?
«Non le ha considerate invalide. Il rapporto finale dell’OSCE ha evidenziato una serie di problemi, come mancanza di parità di condizioni, restrizioni sull’attività delle opposizioni, violazioni della libertà di stampa. Figuriamoci… Dopotutto, è un Paese post-sovietico. La Georgia non è il paradiso della democrazia. Però l’OSCE non ha chiesto di rifare le elezioni. E, d’altro canto, è la quarta elezione consecutiva in cui Sogno georgiano vince con più del 50%».
In conclusione, che cosa prevede accada adesso in Georgia?
«Quello che sta succedendo al momento non è una situazione eccezionale. Va avanti da un anno, da quando sono state promulgate le leggi messe sotto accusa dall’UE. Se le manifestazioni dovessero aumentare e continuare per settimane o mesi, arrivando allo scontro fisico, ci sarebbe il rischio, se non di una guerra civile, di una dimissione massa del governo e ritorno alle elezioni».
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