Il vescovo serbo-ortodosso Jovan Culibrk, che ha avuto dieci familiari sterminati nel famigerato lager degli Ustascia filo-nazisti, descrive il peso della memoria dell’Auschwitz dei Balcani, dove furono perpetrate immani nefandezze con metodi di inaudita crudeltà. Durante i conflitti degli anni Novanta, i serbi vivevano nel terrore che si verificasse una seconda Jasenovac. E i nazionalisti, tanto i serbi quanto i croati, sfruttarono le loro paure per manipolarli. Il vescovo conclude invitando a non dimenticare la lezione di Jasenovac, cioè l’importanza di fare i conti con il passato per prevenire nuovi conflitti.
«Per noi serbi Jasenovac è sempre stata una ferita aperta. Non abbiamo mai avuto la percezione, neanche negli anni Novanta, che quella vicenda fosse finita». Jovan Culibrk è il vescovo serbo-ortodosso di Pakrac e Slavonia, in Croazia. Serbo bosniaco, è cresciuto davanti al campo di concentramento di Jasenovac, dove avevano perso la vita 10 suoi familiari. Negli anni Ottanta, quando studiava letteratura e lingue slave, era un critico di musica rock e di arte contemporanea. Dopo essere entrato in monastero, nel 1991, si è dedicato alla vita monastica. Dopo la guerra del 1999, dal Patriarcato di Pec in Kosovo si è occupato dei rapporti con la KFOR, il contingente NATO, stringendo legami profondi con la Brigata Folgore (e diventando un paracadutista). Negli anni Duemila si è specializzato negli studi sull’Olocausto, studiando all’Università Ebraica di Gerusalemme e lavorando allo Yad Vashem. Krisis gli ha chiesto di spiegare ai lettori come la memoria collettiva di Jasenovac ha influenzato l’identità serba.
Che cosa fu Jasenovac?
«Jasenovac non fu il primo campo nello Stato Indipendente di Croazia. Prima c’era un campo chiamato Jadovno. Era anch’esso un complesso di campi, che includeva la città di Gospić e l’isola di Pag, e fu stabilito nel maggio 1941. Conosciamo i nomi di circa 12.000 persone uccise, ma il numero totale è probabilmente molto più alto. Circa 2.000 erano ebrei e il resto serbi. Ciò che avevano in comune è che rappresentavano l’élite: politica, religiosa, sportiva, industriale, finanziaria…».

Perché?
«L’idea degli Ustascia era di uccidere l’élite dei serbi e degli ebrei nello Stato Indipendente di Croazia. Quasi nessuno sopravvisse a Jadovno perché era puramente un campo di sterminio. Jadovno fu il primo campo di sterminio della Seconda Guerra Mondiale, prima dei campi di sterminio tedeschi, che furono istituiti nel giugno 1942».
Come reagirono i serbi?
«Iniziarono a ribellarsi. Poiché era una zona italiana, gli italiani, completamente sconvolti dalle esecuzioni e dalla crudeltà, ebbero un problema perché improvvisamente si trovarono a dover affrontare una rivolta. A fine luglio, inizio agosto, gli italiani rioccuparono quella parte della Croazia e misero fine alle attività del campo. In tal modo Jadovno cessò di esistere e tutti i detenuti furono trasferiti a Jasenovac».
Era lontano?
«Circa 300 km a Sud. Aprirono Jasenovac alla fine di agosto 1941. Jasenovac era molto più grande di Jadovno ed era anche un campo di concentramento, mentre Jadovno era solo un campo di sterminio. Jasenovac era anche un campo di lavoro forzato, mentre Jadovno era solo un campo di esecuzione. Jasenovac aveva molti sottocampi. Alcuni di essi erano ufficiali, altri erano solo campi temporanei, per pochi mesi».

In tende o baracche?
«A volte c’erano tende, ma la maggior parte delle volte non c’era nulla».
Nulla… Anche a Jasenovac la maggioranza dei detenuti erano serbi. Perché gli Ustascia li prendevano di mira?
«Questo è un mistero che nessuno può comprendere. L’odio verso i serbi è qualcosa che crebbe durante gli anni del Regno di Jugoslavia. E, mi dispiace dirlo, la Chiesa cattolica locale ebbe un impatto molto forte su quell’odio».

Come ebbe inizio quest’odio?
«L’idea di fondo era che i serbi terrorizzavano i croati in Jugoslavia e che senza l’esecuzione di tutti i serbi la nazione croata non avrebbe potuto sopravvivere».
Perché percepivano i serbi come più potenti di loro?
«In qualche modo sì. Odiavano i serbi per questo. E pensavano di poter avere uno Stato croato in piena libertà solo attraverso lo sterminio dei serbi».
Quale fu il ruolo della Chiesa cattolica?
«Vorrei sottolineare che stiamo parlando del ruolo della Chiesa locale in Croazia. Non di una politica generale del Vaticano. Tuttavia, il Vaticano sapeva nei dettagli che cosa stava accadendo in Croazia durante la Seconda Guerra Mondiale e non reagì affatto».

Ma perché la Chiesa locale era così coinvolta, arrivando al punto di commettere crimini?
«Centinaia di preti cattolici erano membri degli Ustascia e di altre organizzazioni militari in Croazia. E un certo numero di loro partecipò ai crimini, fino al punto di comandare Jasenovac».
Come Fra Satana?
«Miroslav Filipović… Per un certo periodo fu comandante di Jasenovac».
I religiosi cattolici collusi con gli Ustascia erano principalmente francescani?
«No, perché non c’erano abbastanza francescani per commettere tutti quei crimini. Ma la percentuale di francescani era molto più alta rispetto alle altre strutture o gruppi della Chiesa cattolica».
Quindi i francescani erano alla guida?
«Assolutamente sì».
C’erano anche preti normali coinvolti nei crimini?
«Sì, preti parrocchiali. Ma anche l’Arcivescovo di Sarajevo era un Ustascia a tutti gli effetti».
Perché il clero cattolico era così tanto compromesso?
«Posso solo avere una teoria. La Chiesa cattolica nell’impero austro-ungarico era la Chiesa ufficiale. In Jugoslavia, invece, tutte le chiese erano messe sullo stesso piano. Il Re non preferiva una Chiesa rispetto all’altra. Quindi la chiesa cattolica aveva perso la posizione dominante che aveva avuto ai tempi dell’Austria-Ungheria».
Dunque era una questione di potere?
«Almeno in parte, sì».
E poi c’era il nazionalismo…
«Sì. Gli Ustascia erano fascisti ed erano molto anti-religiosi, specialmente per quanto riguarda la Chiesa cattolica. Non amavano la Chiesa cattolica. Forse non erano anti-Chiesa ma non erano molto cattolici. Diciamo che erano cattolici come parte della tradizione. Non c’era un ruolo speciale per il cattolicesimo nell’ideologia fascista».
E il Vaticano non disse mai nulla. Proprio mai?
«Mai. La Chiesa cattolica era molto potente in Croazia, ma l’Arcivescovo Alojzije Viktor Stepinac scelse di non dire nulla. Si limitava a scrivere lettere a Pavelić e ai suoi ministri».
Dicendo cosa?
«Che non si sarebbero dovuti comportare così. Stepinac fondamentalmente concordava sul fatto che i serbi dovessero sparire dalla Croazia, ma non gli piacevano le uccisioni. Pensava che dovessero essere mandati in Serbia o qualcosa del genere».
Ma la Santa Sede non riconobbe lo Stato fantoccio nazista degli Ustascia…
«Sì e no. Non riconobbe la Croazia come Paese indipendente, ma inviò un funzionario al clero croato, un mezzo Nunzio. L’abate Giuseppe Ramiro Marcone fu nominato legato apostolico a Zagabria. Riferì al Vaticano sul deterioramento delle condizioni degli ebrei croati, intervenne a favore degli ebrei presso i funzionari croati e trasportò bambini ebrei in sicurezza in Turchia. Ma non fece alcuno sforzo per le vittime serbe degli Ustascia».
Molto imbarazzante… Tornando a Jasenovac, che cosa accadde esattamente nel campo?
«Fu un crimine orribile, un genocidio. Visto che ancor oggi c’è una grande controversia sui numeri, lasciamo la parola agli specialisti. Comunque, la stima più bassa parla di 100.000 morti. Ma abbiamo numerose fonti tedesche che parlano di centinaia di migliaia di serbi giustiziati».

Peraltro morti in modo orribile.
«Quelli che venivano uccisi con i proiettili erano fortunati. Il resto veniva ucciso con coltelli o martelli».
E i bambini, i neonati lanciati contro le pareti…
«Assolutamente. Abbiamo i nomi di 24.000 bambini uccisi a Jasenovac. E quando dico bambini intendo fino a 14 anni. Questo è ufficiale. Ma, ovviamente, il numero è molto più grande».
Come venne trattato il tema Jasenovac nel dopoguerra, ai tempi di Tito?
«Beh… Jasenovac non era un argomento tabù. C’è una buona espressione del defunto Jovan Mirkovic, “l’esperto” di Jasenovac, che diceva che era affrontata con una narrazione tabù. Ciò significava che la narrazione era molto astratta riguardo all’identità delle vittime e all’identità degli assassini. Fondamentalmente, si diceva che gli antifascisti erano stati uccisi dai fascisti».
Risolsero il problema in modo farisaico…
«A onor del vero, gli unici fascisti presenti in Jugoslavia erano gli italiani. E non uccisero nessuno a Jasenovac. La realtà è che le autorità titine cercarono di attenuare il problema tra serbi e croati, per creare fratellanza e unità nella nuova Jugoslavia. Il memoriale a Jasenovac fu costruito nel 1966».
Piuttosto tardi…
«Piuttosto tardi. E il museo fu costruito nel 1968».
E prima cosa c’era?
«Una fabbrica di mattoni».
Quindi l’idea era di promuovere la fratellanza e l’unità. Ma sappiamo che non c’è pace senza giustizia…
«Certo. Solo pochi dei criminali attivi a Jasenovac furono trovati e giustiziati immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale e un certo numero di loro riuscì a fuggire in Sud America e in Spagna, con l’aiuto della Chiesa cattolica in Italia».
In Italia…
«C’è un famoso libro intitolato The Ratline che descrive questa vicenda. Una rete di preti francescani croati organizzò una sofisticata via di fuga a Roma. Inizialmente si concentrarono sull’aiuto ai membri degli Ustascia croati, incluso il loro leader, Ante Pavelić. Poi si allargarono ai nazisti. A Roma c’era un vescovo austriaco, Alois Hudal, che lavorava sulle vie di fuga, aiutando ex nazisti e Ustascia a trovare rifugio sicuro in Paesi oltremare. Lo vedeva come “un gesto di carità per persone in estremo bisogno, per persone senza alcuna colpa che erano trasformate in capri espiatori per i fallimenti di un sistema malvagio”. La sua tomba è nel Cimitero teutonico, in un’area soggetta all’extraterritorialità a favore della Santa Sede».
Dove fuggirono gli Ustascia?
«Argentina, Paraguay, Brasile. E anche la Spagna di Francisco Franco. Pavelić, che era fuggito attraverso l’Italia travestito da prete cattolico, morì a Madrid. Il personaggio più orribile, Vjekoslav Luburić, che dirigeva il sistema dei campi di concentramento nello Stato Indipendente di Croazia, si nascose anche lui in Spagna. Ma nel 1969 i servizi segreti comunisti lo trovarono e lo uccisero».
Al tempo del comunismo la memoria di Jasenovac per i serbi fu in qualche modo insabbiata?
«Assolutamente sì. Nessuno rese giustizia alle vittime, dicendo che erano state uccise dai croati. No, a dar retta alle autorità jugoslave erano state uccise dai collaborazionisti dei tedeschi e degli italiani. Fondamentalmente dicevano che si trattava solo un piccolo gruppo di traditori, ma che i croati erano buoni. Ma come avrebbe potuto un piccolo gruppo di traditori uccidere 600/700 mila persone?».

Anche membri della sua famiglia furono uccisi a Jasenovac…
«337 membri del mio clan furono uccisi nella Seconda Guerra Mondiale e dieci di loro furono uccisi a Jasenovac. La mia è una famiglia grande e conosciuta, che viveva principalmente nella Bosnia settentrionale. Io sono cresciuto proprio dall’altra parte del fiume di Jasenovac, a 400 metri da Stara Gradiška, un sottocampo di Jasenovac, costruito appositamente per donne e bambini. All’epoca c’erano solo resti del campo».
E da bambino lei ci andava a portare un fiore?
«No. Non era vietato, ma non eravamo nemmeno incoraggiati ad andarci».
Quale ruolo ha avuto Jasenovac come simbolo nella crescita del nazionalismo nei Balcani negli anni Novanta?
«Innanzitutto, in quella parte della Bosnia e della Croazia ogni serbo aveva una paura profondamente radicata che potesse verificarsi una seconda Jasenovac».
Sentivate che potesse accadere di nuovo?
«Esatto. In secondo luogo, è molto facile manipolare la paura. Quindi, alcuni manipolavano i serbi che temevano una seconda Jasenovac. Allo stesso tempo era anche facile manipolare i croati, dicendo loro che i serbi sarebbero andati a vendicarsi di Jasenovac».

Quindi la paura ha avuto effetto su entrambi i gruppi etnici.
«Nel modo più assoluto. E anche sui musulmani bosniaci, anche se in minor misura».
Perché i musulmani?
«I musulmani bosniaci facevano parte degli Ustascia. Erano chiamati “fiori croati”. La Bosnia faceva parte dello Stato Indipendente di Croazia, lo stato fantoccio della Germania nazista. E un gran numero di musulmani bosniaci andò sul fronte orientale a combattere a Stalingrado. Con le unità croate, perché la Croazia aveva inviato alcune “brigate” a combattere a Stalingrado. Ma con un gran numero di musulmani bosniaci».
Non c’era anche una divisione SS di musulmani bosniaci?
«Due: Handzar e Kama. E una terza divisione SS musulmana fu creata dagli albanesi, ma solo albanesi del Kosovo».

La famigerata Waffen-Gebirgs-Division der SS “Skanderbeg”.
«Quindi i musulmani jugoslavi crearono tre divisioni SS. E l’uomo che aiutò i tedeschi a crearle fu Amin al Husseini, il Gran Mufti di Gerusalemme».
Il collaborazionista dei nazisti?
«Sì. Venne in Croazia per aiutare a reclutare musulmani bosniaci e albanesi».
Passando agli anni Novanta, Milosevic ha sfruttato la paura di una seconda Jasenovac?
«È fuor di dubbio».
E i serbi gli hanno creduto?
«Ascolti: la gente aveva paura. E i croati hanno fatto di tutto per alimentare quella paura».
Per spaventarli ancora di più?
«Perché appena i nazionalisti sono andati al potere, hanno usato tutti i simboli degli Ustascia: tutte le parole, tutti i nomi… Non potevano chiamarsi ufficialmente Ustascia ma ufficiosamente ovviamente lo facevano».
E adesso? Cosa dicono i croati degli Ustascia?
«Sono molto orgogliosi del loro passato. Non lo nascondono. Hanno anche un vino con l’immagine di Ante Pavelic».

Anche in Italia ci sono vini con Mussolini.
«Ma gli Ustascia erano molto più crudeli dei fascisti».
Qual è stato il ruolo della memoria di Jasenovac allo scoppio delle guerre balcaniche negli anni Novanta?
«Jasenovac è stata molto utile per iniziare la guerra. Dopo di che il suo ruolo è finito».
Mi spieghi perché è importante conoscere Jasenovac in relazione a ciò che è accaduto negli anni Novanta.
«Ciò che è accaduto negli anni Novanta nell’ex Jugoslavia (e che sta accadendo ancor oggi in Kosovo) non può essere compreso senza conoscere Jasenovac. I serbi sono stati facilmente manipolati verso la guerra a causa della profonda paura che avevano di subire una seconda Jasenovac. “Mai più” era l’idea principale serba sia in Croazia sia in Serbia. Erano pronti a fare di tutto per impedire che accadesse di nuovo».
Chi parlava all’epoca di Jasenovac?
«I media nazionalisti e gli intellettuali. Il problema era che gli intellettuali non hanno mai permesso di creare un’accettabile narrazione mainstream su Jasenovac. La sinistra non ne parlava, la destra invece ne creò un mito. Non c’è mai stata una narrazione mainstream basata su fonti accademiche su Jasenovac».
In che senso la destra creò un mito su Jasenovac?
«Dopo la morte di Tito ha iniziato a dire: “Jasenovac è stato nascosto”, “Non abbiamo mai saputo cosa è successo”, “I comunisti hanno nascosto la verità”… Non è vero: Jasenovac era nella narrazione mainstream, ma il modo in cui veniva presentata era manipolato».
Non è stato affrontato in modo scientifico?
«Era così evidente che c’era una manipolazione su Jasenovac… Poi negli anni Ottanta tutti cercarono di scrivere ciò che non era stato detto. E ci furono molte manipolazioni, da parte serba e da parte croata».
Quindi, qual è la lezione che il mondo deve trarre da Jasenovac?
«È una lezione molto importante per tutto il mondo. Quando accade una tragedia così orribile, non puoi dimenticarla, non puoi nasconderla, non puoi manipolarla. Perché è come se, avendo un’orribile ferita alla mano, anziché curarla ci mettessi solo un cerotto. A quel punto la ferita peggiorerebbe sempre di più. E un giorno saresti costretto a tagliare la mano».
Lo stesso è accaduto con l’odio tra serbi e croati. Invece di affrontarlo, lo hanno negato.
«La Jugoslavia ha detto: “Sì, c’è stato Jasenovac. Ma, vedi, non c’è una ferita”. E l’ha coperta con un cerotto. La Jugoslavia non ha mai veramente affrontato Jasenovac e la ferita è diventata sempre più profonda e ha iniziato a infettarsi. Ed è stata usata per incitare un’altra guerra. Non sto dicendo che Jasenovac ha dato inizio a una guerra, ma che la manipolazione di Jasenovac ha aiutato a iniziare la guerra».
La lezione che possiamo trarre è che, quando vengono commessi crimini orribili, vanno affrontati.
«Esatto. Senza fingere che non rappresentino un problema».

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