Il palestinese Hamzah Azzam, 20 anni, ricostruisce la storia dei suoi antenati. Nel 1948, i nonni Mohammad e Soad furono costretti dalle forze israeliane a lasciare il loro villaggio nell’Alta Galilea, Sa’sa’. Trovarono rifugio in un campo di rifugiati in Libano, dove misero al mondo figli e nipoti. A 76 anni di distanza, l’esodo forzato di 700.000 palestinesi, noto come Nakba, continua a segnare la vita di generazioni di palestinesi. Come dimostra la testimonianza di Hamzah, il cui unico ricordo della Palestina è una chiave arrugginita. Custodita dalla sua famiglia come una reliquia.
Antefatto storico
Il villaggio palestinese di Sa’sa’ sorgeva su una collina rocciosa tra le montagne dell’Alta Galilea, in una posizione strategica. A metà del ventesimo secolo, Sa’sa’ era una comunità fiorente che coltivava vigneti e uliveti: aveva una piazza centrale con negozi, una moschea e due scuole elementari separate per bambini e bambine. Secondo un censimento condotto sotto il Mandato Britannico, nel 1944/45 ci vivevano 1.130 palestinesi. Nel 1948, durante il conflitto arabo-israeliano che scoppiò in concomitanza con l’istituzione dello Stato di Israele, il villaggio fu teatro di due attacchi noti come «il massacro di Sa’sa’». Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio 1948, l’Unità 7 del Palmach, braccio armato dell’Haganah, attaccò il villaggio. L’operazione era parte integrante di una strategia per il controllo delle aree strategiche e per il contrasto di quelle che percepiva come minacce da parte delle comunità arabe locali. Durante il raid, le forze del Palmach provocarono la morte di un numero compreso fra 60 e 80 palestinesi, a seconda dei diversi resoconti storici. Alcuni testimoni denunciarono che fra le vittime c’erano anche donne e bambini.
Questo primo attacco fu seguito da un secondo, lanciato nella notte fra il 29 e il 30 ottobre 1948 nell’ambito dell’Operazione Hiram, in cui l’Haganah occupò Sa’sa’ senza incontrare resistenza. Secondo alcune testimonianze, tuttavia, vennero commesse violenze e alcuni abitanti furono uccisi anche dopo la resa del villaggio. Gli abitanti che non erano fuggiti vennero espulsi. Molti trovarono rifugio in Libano, la maggior parte a Nahr el-Bared, un campo profughi vicino a Tripoli.
Sa’sa’ fu in gran parte distrutto. Rimasero in piedi solo pochi edifici. Uno di questi, la moschea, divenne il museo del kibbutz israeliano Sasa, fondato nel 1949 sulle terre del vecchio villaggio palestinese. Nel 1992, lo storico palestinese Walid Khalidi descrisse così i resti di Sa’sa’: «Alcuni degli antichi ulivi sono ancora presenti, e un certo numero di muri e case sono ancora in piedi. Alcune delle case sono attualmente utilizzate dal kibbutz Sasa; una di esse ha un ingresso ad arco e finestre ad arco. Una larga parte delle terre circostanti è coperta da foreste, mentre il resto è coltivato da agricoltori israeliani».
Non ho mai messo piede a Sa’sa’, il villaggio dei miei antenati. Mi è vietato farlo.
Hamzah Azzam

Crescere a Nahr el-Bared, un campo per rifugiati palestinesi in Libano, mi ha spesso portato a pormi una domanda semplice ma profonda: «Perché non avevo un passaporto come gli altri bambini?». Possedevo solo un documento che mi identificava come rifugiato palestinese. «Io sono nato in Libano, proprio come i miei genitori», mi chiedevo, «quindi perché siamo diversi?». La risposta a questa domanda è arrivata a frammenti nel corso degli anni, mentre gradualmente ricomponevo la storia del passato della mia famiglia.
Mio nonno, Mohammad Azzam, è venuto a mancare quando avevo sette anni. Non ho ricordi di lui, solo le fotografie sbiadite che i miei genitori conservavano, mantenendo un legame con un uomo che non avrei mai veramente conosciuto. Crescendo nel campo profughi, sono stato coinvolto in varie organizzazioni che sostenevano la causa palestinese, tutte con lo stesso messaggio: il nostro diritto al ritorno.

Quando avevo 12 anni, la curiosità ebbe il sopravvento. I miei genitori, sempre disponibili, mi indirizzarono verso mia nonna Soad, che deteneva le risposte alla storia della nostra famiglia e ai motivi del nostro esilio.
Un pomeriggio di sole, la trovai nel nostro piccolo giardino mentre curava le sue rose che crescevano ostinate nel terreno arido del campo profughi. «Nonna» iniziai, esitando per un momento. «Ho così tante domande sulla nostra famiglia… Non te ne andrai finché non avrò delle risposte». Nonostante avesse 80 anni, la nonna sorrise calorosamente di fronte alla mia determinazione, come se avesse atteso quel momento da tempo.

«Figlio mio» iniziò, con la voce che portava il peso dei suoi anni. «Tuo nonno e io venivamo da un bellissimo villaggio chiamato Sa’sa’, situato su una collina rocciosa nei monti dell’Alta Galilea, in Palestina. Fu lì che ci incontrammo, ci sposammo e iniziammo la nostra vita insieme». Mentre parlava, potevo quasi vedere il villaggio attraverso i suoi occhi: le capre che i nonni accudivano, le piante che coltivavano e la comunità unita che li circondava.
Sembrava un paradiso. E io mi aggrappavo a ogni sua parola. Poi, la domanda che mi bruciava dentro scivolò fuori: «Cos’è successo, nonna? Perché siete partiti? Perché siete venuti in Libano, in questo campo?».
Si fermò. Un pesante sospiro le sfuggì dalle labbra, mentre gli occhi le si riempivano di lacrime. «Un giorno» disse con voce tremante, «una guerra sconvolse la nostra terra. I sionisti volevano creare uno Stato in Palestina e miravano a cacciare il maggior numero possibile di arabi palestinesi. Il nostro villaggio era vicino a Safed. Quando i combattimenti ci raggiunsero, tutto cambiò».
Nonna Soad mi raccontò gli orrori della notte in cui i sionisti attaccarono Sa’sa’, piazzando esplosivi che distrussero case e spezzarono vite. Crescendo, avrei appreso di più su quegli eventi, sui due massacri che decimarono il nostro villaggio e sulla pulizia etnica che seguì. «Sapevamo» continuò quel giorno la nonna «che non avevamo altra scelta che fuggire. Fummo fortunati: eravamo vicini al confine con il Libano e riuscimmo a scappare. Ci trasferimmo da un campo all’altro fino a stabilirci qui nel Nord, dove sei nato».
Ora che ho 20 anni, non ho mai messo piede a Sa’sa’, il villaggio dei miei antenati. Mi è vietato farlo, proprio come a tanti altri rifugiati palestinesi in Libano. Ma la memoria di mia nonna sopravvive sottoforma di una semplice chiave arrugginita – la chiave della nostra casa a Sa’sa’. È molto più di un semplice pezzo di metallo; è un simbolo della sua speranza duratura di poter tornare un giorno.
Una volta la nonna mi disse che, prima di fuggire, aveva seppellito del denaro e dell’oro sotto un albero nella nostra proprietà, un ricordo toccante della vita che si era lasciata dietro. Ogni volta che ci penso, sono sopraffatto dalla tristezza, sapendo che non vedrò mai il luogo che i miei nonni chiamavano casa, né comprenderò appieno le difficoltà che hanno affrontato.
Il documento da rifugiato che mi accompagna in giro per il mondo è più di un semplice pezzo di carta. È una testimonianza della nostra resilienza, un promemoria delle difficoltà affrontate dai miei nonni e da innumerevoli altri palestinesi. Racconta una storia di perdita, di sradicamento e di desiderio, ma anche di forza, di perseveranza e di speranza incrollabile per un domani migliore.
Tragicamente, non possiedo foto di Sa’sa’. Quando i miei nonni fuggirono, lasciarono tutto dietro di loro – foto, effetti personali, l’essenza stessa delle loro vite – credendo che sarebbero tornati a casa presto. Sono passati 76 anni e non posso fare a meno di chiedermi: quando potrà il loro nipote, o forse addirittura il loro pronipote, finalmente tornare?




