Chiudere il menu
Krisis – Rivista di politica globale
    Ultimi Articoli
    Balcani

    In Kosovo, sulla difficile via della riconciliazione

    di Marino Pincin
    USA

    Gian Giacomo Migone: «Il secolo americano è finito anni fa, ben prima di Trump»

    di Elisabetta Burba
    Cipro

    Cipro: l’eredità di Makarios, il “Castro del Mediterraneo”          

    di Giorgio Livas

    © 2026 Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano. Codice ISSN: 3035-2797

    Facebook X (Twitter) Instagram Pinterest YouTube
    Facebook X (Twitter) Instagram
    Krisis – Rivista di politica globaleKrisis – Rivista di politica globale
    12 Ottobre 2026
    • Home
    • Aree
      • Africa
      • America Latina
      • America Settentrionale
      • Asia Centrale
      • Asia Meridionale
      • Asia Orientale
      • Balcani
      • Eurasia
      • Europa
      • Europa ex Sovietica
      • Medio Oriente
      • Oceania
    • Temi
      • BRICS
      • De-Dollarizzazione
      • Difesa
      • Egemonia USA
      • Energia
      • Globalizzazione
      • Guerra e pace
      • Multilateralismo
      • NATO
      • Nichilismo
      • Occidente
      • Tecnologia
      • Territori
      • Urbanistica
    • Dossier
      • Caso Epstein
      • Jasenovac
      • Nakba
      • Secolo dell’umiliazione
      • Shoah
    • L’opinione
    • Prospettive
      • Aforismi
      • Canzoni
      • Cartoline
      • Film
      • Protagonisti
    • Podcast
    • Chi Siamo
      • Benvenuti su Krisis
      • Chi Siamo
      • Editoriali
      • Spunti
      • Contenuti
      • Copyright
      • Collabora con noi
      • La tua opinione
    Krisis – Rivista di politica globale
    Home»Aree»Medio Oriente»Israele
    Israele

    Israele e Gaza: il dialogo come unica via d’uscita dalla spirale del conflitto

    Un intellettuale ebreo progressista sostiene che israeliani e palestinesi raggiungeranno la pace solo se ognuno riconoscerà le ragioni dell’altro.
    Giorgio Gomeldi Giorgio Gomel25 Novembre 202410 Minuti di lettura
    Manifestazione a favore del cessate il fuoco a Gaza del 8 giugno 2024 a Londra. Foto di Alisdare Hickson. Licenza CC BY-NC-SA 2.0.
    Manifestazione a favore del cessate il fuoco a Gaza dell'8 giugno 2024 a Londra. Foto di Alisdare Hickson. Licenza CC BY-NC-SA 2.0.
    Condividi
    Facebook Twitter LinkedIn Pinterest Tumblr Telegramma WhatsApp Email Copy Link

    Il conflitto israelo-palestinese ha raggiunto livelli di brutalità senza precedenti, esacerbato dalle spietate azioni di Hamas e dalle feroci ritorsioni di un governo israeliano sempre più oltranzista. Tra violenze, sofferenze e assenza di strategie di lungo termine, emergono interrogativi inquietanti. Quali errori passati hanno aggravato la crisi? È possibile immaginare una via verso il dialogo e la pace? La complessità della situazione richiede uno sguardo lucido e una spinta verso soluzioni sostenibili. Perché, citando Amos Oz, lo scontro fra israeliani e palestinesi nasconde due guerre che si combattono simultaneamente. Ce ne è una «ingiusta», che è quella mossa dal terrorismo fondamentalista di Hamas per dare vita a uno Stato islamico nella Palestina intera, ma c’è anche una guerra «giusta», che è quella combattuta dai palestinesi per avere un loro Stato. Specularmente, Israele combatte una guerra «giusta», per difendere il suo diritto a esistere, e una «ingiusta», per perpetuare l’occupazione della Cisgiordania e l’espansione degli insediamenti ebraici.

    Il conflitto israelo-palestinese si è incrudito in un’orgia di brutalità nel corso di quest’anno, dopo l‘aberrante eccidio di massa di israeliani e di altri abitanti del Sud di Israele da parte di militanti organizzati e armati da Hamas. Nel governo di Israele, le fazioni più oltranziste hanno spinto a una ritorsione massiccia. Non si fa distinzione tra i mandanti e manovali del terrore e i palestinesi come popolo, percepito dall’opinione pubblica maggioritaria del Paese come un nemico che non merita fiducia, che non può essere interlocutore di un negoziato, che deve essere domato con la forza delle armi. 

    Al di là della cruda conta delle vittime, dei lutti e delle sofferenze di gente segnata per la vita dalla violenza, la mancanza di una strategia di lungo termine in ognuno degli antagonisti attanagliati in un conflitto nefasto sconcerta l’osservatore imparziale e ancor più sgomenta chi come noi partecipa empaticamente del dramma dei due popoli.

    Hamas non ha una strategia: per lungo tempo ha condotto da Gaza una sciagurata guerra di guerriglia che ne ha esposto gli abitanti alle ritorsioni di Israele e non ha abdicato, nel suo settarismo ideologico, al principio del rifiuto dell’esistenza di Israele. Mosso da un’ideologia fra il nichilismo e la jihad integralista, Hamas ha fatto della strage di civili un metodo deliberato di lotta nell’illusione di piegare Israele con la violenza. La condizione della popolazione sul piano dell’economia, della disponibilità di energia, dell’ambiente e della sanità, era drammatica anche prima dell’ottobre 2023. 

    Uomini armati di Hamas prendono d'assalto il cancello del Kibbutz Alumim il 7 ottobre 2023. Immagine tratta dalla telecamera di sicurezza. Public Domain.
    Uomini armati di Hamas prendono d’assalto il cancello del Kibbutz Alumim il 7 ottobre 2023. Immagine tratta dalla telecamera di sicurezza. Public Domain.

    Quale strategia persegue Israele? Forse è stato un errore fissare condizioni troppo cogenti nel 2007, al momento del successo elettorale e poi della presa del potere da parte di Hamas, per avviare un negoziato. Era lecito imporre restrizioni all’ingresso di beni e materiali per scongiurare il loro uso per produrre armi o costruire tunnel sotterranei da cui penetrare nel territorio di Israele. Ma la natura del blocco, pur interrotto durante limitati periodi di tregua, è stata esiziale per la gente di Gaza.

    A partire dal 2022 il governo concesse, peraltro, permessi di lavoro in Israele a lavoratori abitanti nel territorio di Gaza. Perché non si consentì a piccole imprese manifatturiere di esportare beni e semilavorati verso la Cisgiordania e lo stesso Israele, al fine di stimolare l’economia e la formazione di una classe imprenditoriale interessata a un futuro di coesistenza pacifica? 

    Con il ritiro unilaterale di Israele nel 2005, Gaza poteva costituire un embrione di Stato palestinese. Ma, per diventarlo degnamente, avrebbe avuto bisogno di un legame fisico e politico con la Cisgiordania (come le trattative successive agli accordi di Oslo del 1993 prefiguravano) e di luoghi di transito aperti, oltre che di un confine davvero sovrano con l’Egitto. Nel frattempo, ciò avrebbe potuto consentire un avvio di progresso civile ed economico per quella terra diseredata. 

    Così non è stato. I palestinesi ne portano gravi responsabilità, in particolare il governo dispotico e militarizzato di Hamas. Ma Israele avrebbe potuto fare molto. E forse potrebbe fare ancora, dopo la sconfitta politico-militare di Hamas, con un futuro governo formato da una leadership locale o con il ritorno a Gaza dell’Autorità palestinese, assieme a una complessa e costosa opera di ricostruzione finanziata dalla comunità internazionale. 

    Si era formata, nei fatti, una «malefica alleanza» fra Hamas e Benjamin Netanyahu, che resta l’artefice primo di una strategia rivolta da anni a separare Gaza e Cisgiordania, Hamas e Autorità palestinese, al fine di evitare un negoziato di pace che contempli la fine dell’occupazione e la nascita di uno Stato palestinese sovrano. 

    Geografia e storia dei luoghi dell’eccidio dell’ottobre 2023 sono ambedue cariche di simbolismo. Oltre alle città vicine quali Sderot e Ashkelon, colpite ripetutamente dai razzi, anche i piccoli kibbutzim quali Kfar Azza, Nir Oz, Nahal Oz e Be’eri, dove l’obbrobrio della strage di civili è stato più acuto, avevano una tradizione di attività di coesistenza con i «vicini» abitanti nella Striscia. Organizzate da Ong israeliane quali Road to Recovery e Physicians for Human Rights, tali attività erano rivolte soprattutto ad assistere presso ospedali israeliani malati palestinesi bisognosi di cura. Non pochi fra gli uccisi e i rapiti erano attivisti impegnati in quest’opera di volontariato.

    Forse il trauma di questi eventi funesti rivelerà alla coscienza di Israele come sia illusoria da una parte l’opinione che il conflitto si possa risolvere senza porre fine all’occupazione e dall’altra la convinzione di potere reprimere le aspirazioni palestinesi a uno Stato degno di questo nome. Ma il trauma potrebbe anche indurire ancor più gli israeliani, convinti che i palestinesi tutti siano come Hamas e che uno Stato lungo i 500 km del confine con Israele sia un pericolo esiziale. 

    Il trauma ha messo in forse comunque due elementi chiave della coscienza di sé del Paese: la fiducia nella forza delle armi e quella nelle sue ragioni ideali riconosciute dall’opinione pubblica mondiale. Ambedue ora sono fortemente compromesse. Ma ha messo in forse anche l’assioma che la deterrenza di Israele da un lato e la prudenza strategica dell’Iran dall’altro avrebbero evitato un’estensione del conflitto al Nord del Paese con le milizie di Hezbollah in Libano e quelle sciite protette e armate dall’Iran in Siria, Irak e Yemen. È misura inquietante di tutto ciò l’isolamento politico del paese, le condanne degli organismi internazionali, l’ostracismo talora vistoso e irritante anche in campo culturale e accademico di istituzioni israeliane. 

    La sicurezza di Israele non può fondarsi sulla mera forza delle armi. Uno Stato ebraico non garantisce, di per sé, la sicurezza fisica dei suoi abitanti e neanche la definitiva eliminazione della loro condizione di precarietà. Anzi, il trauma immane di questi giorni ha acuito il senso di insicurezza, l’angoscia di un Paese forte ma anche debole, occupante ma anche assediato. 

    La gravità del trauma, il panico che ne è seguito, le deficienze nel prevedere-prevenire l’eccidio di Hamas e nel reagirvi in tempo – il tutto sarà forse oggetto di commissioni di inchiesta per ora posposte indefinitamente per volere del premier Netanyahu – hanno concorso a innescare forme di ritorsione massiccia. L’apparato militare così esteso in Cisgiordania a protezione delle colonie e dello scellerato processo di annessione di parti rilevanti di quel territorio aveva forzato l’esercito a ridurre drasticamente le difese lungo i confini settentrionali con Hezbollah e meridionali con Hamas. 

    Forse hanno prodotto «eccessi» anche la spinta a «restaurare» una deterrenza messa in forse dall’aggressione di Hamas, fino a imporre costi alla popolazione di Gaza perché insorga contro il potere dispotico di Hamas stesso. La sicurezza esige certamente la sconfitta di Hamas e del suo dispositivo militare, ma anche la convinzione della popolazione che dall’azione non-violenta e dalla trattativa può scaturire un futuro decente. 

    È quindi interesse preminente di Israele agire per dissociare la società palestinese dall’estremismo.  Lo impongono sia un imperativo etico che il raziocinio politico-pragmatico.  Le azioni militari al più agiscono da deterrente nel breve periodo, ma mietono vittime civili, rafforzano la fascinazione per gli estremisti e isolano Israele dalla comunità delle nazioni, per l’eccesso di violenza contro i civili pur nell’esercizio del diritto di autodifesa. Diritto legittimo, ma la questione è come esercitarlo così come prescrivono le leggi di guerra, le convenzioni dell’Aja del 1907 nonché le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949. 

    Il dibattito con i suoi risvolti etico-politici complessi è duro e doloroso. Lo confermano le accuse rivolte a Israele da ONU, UNRWA, OMS e molteplici organizzazioni e ong attive sui diritti umani, assieme all’istruttoria svolta dal Tribunale penale internazionale che ha appena emesso un ordine di arresto contro Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, con l’imputazione di crimini di guerra e contro l’umanità per le distruzioni, privazioni, omicidi di civili nella striscia di Gaza.

    Rovine a Gaza nell’ottobre 2023. Foto di Felton Davis. Licenza CC BY 2.0.
    Rovine a Gaza nell’ottobre 2023. Foto di Felton Davis. Licenza CC BY 2.0.

    Come affermava anni fa Amos Oz, uno dei più noti scrittori israeliani, la guerra fra Israele e i palestinesi nasconde in realtà due guerre che si combattono simultaneamente. Una guerra, «ingiusta», è quella mossa dal terrorismo fondamentalista di Hamas contro Israele per dare vita a uno Stato islamico nella Palestina intera. L’altra guerra, «giusta», è quella del popolo palestinese che aspira a uno Stato degno di questo nome. Specularmente, Israele combatte anch’esso due guerre: una, «giusta» per la difesa del suo diritto a esistere come popolo e come Stato; l’altra «ingiusta» e futile, per perpetuare l’occupazione dei territori e le colonie ebraiche ivi insediate.

    Quale è dunque una posizione equilibrata di un mondo progressista attento ai valori umanitari? È giusto opporsi al permanere dell’occupazione israeliana della Cisgiordania, ai propositi di ulteriori annessioni di parti rilevanti di quel territorio, nonché ribadire l’urgenza di una risoluzione equa e a lungo termine del conflitto che avviluppa da oltre un secolo due popoli su quel minuscolo lembo di terra conteso. Ma uno stesso imperativo etico impone una condanna ferma dell’attacco omicida di Hamas contro civili e del sequestro di ostaggi. 

    In alcuni casi non si è condannata la violenza, asserendo che terze parti non hanno il diritto di giudicare le azioni degli oppressi. Altri hanno sottovalutato la gravità del trauma che affligge Israele, argomentando che lo stesso Israele ha prodotto con le sue azioni detta tragedia. Altri «utili idioti», anche nelle università italiane, fagocitati da un presunto «anti-occidentalismo», rigettano Israele come Stato «coloniale» o «post coloniale», fingendo di ignorare nel contempo il sadismo infame e l’integralismo omicida di Hamas. Per altri ancora, l’eccidio di massa di israeliani il 7 ottobre è stato un motivo perverso per celebrare.

    Forse il principio cui dovremmo ispirarci in queste drammatiche circostanze è quello della «doppia lealtà». Anziché attribuire colpe e di infliggere punizioni, il compito che ci spetta è quello di offrire ponti e spingere le parti in lotta al dialogo, riprendendo la logica degli accordi di Oslo. Nel 1993, il riconoscimento reciproco dei diritti aveva dischiuso uno spiraglio di speranza: conciliare il diritto alla pace a e alla sicurezza per Israele con quello a uno Stato indipendente per i palestinesi. Soprattutto è essenziale, come impegno della società civile, in sostegno «dal basso» all’attivismo della diplomazia «dall’alto», affermare l’illiceità della violenza contro i civili, da una parte e dall’altra; rigettare la disumanizzazione del «nemico», riconoscendo pur con fatica le ragioni dell’altro.

    Dichiarazione sulla cessazione delle ostilità, la liberazione degli ostaggi e la ripresa di trattative di pace redatta da JLink, un network di organizzazioni ebraiche progressiste operanti in Israele, Europa, Stati Uniti, Canada, America latina, Australia.
    Scarica la dichiarazione (PDF)

    Dichiarazione sulla cessazione delle ostilità, la liberazione degli ostaggi e la ripresa di trattative di pace redatta da JLink, un network di organizzazioni ebraiche progressiste operanti in Israele, Europa, Stati Uniti, Canada, America latina, Australia.

     © Riproduzione riservata

    Autore

    • Giorgio Gomel
      Giorgio Gomel

      Economista e saggista, è stato fra i fondatori di Jcall Europe (www.jcall.eu) ed è presidente di Alliance for Middle East Peace Europe (www.allmep.org), una federazione di ong israelo-palestinesi dedita a iniziative di coesistenza e di pace. Scrive di Israele e cultura ebraica per think tank e giornali italiani e internazionali.

      Visualizza tutti gli articoli

    Leggi anche

    di Elisabetta Burba e Giulia Contini

    Sputi, insulti e aggressioni: i cristiani nel mirino in Terra Santa

    di Paola Ottino

    Dall’acqua ai fertilizzanti: in Medio Oriente il petrolio non è più tutto

    di Elisabetta Burba

    Israele: il declino del sionismo laico e l’ascesa della guerra metafisica

    di Seth J. Frantzman

    Gaza: i carri di Gedeone nel pantano

    di Arturo Marzano

    La deriva etno-nazionalista di Israele

    di Andrea Angeli

    Cristiani d’Oriente: la scomparsa silenziosa di una civiltà

    Banner per l'iscrizione alla newsletter substack
    Ultimi articoli
    Balcani 9 Ottobre 2026

    In Kosovo, sulla difficile via della riconciliazione

    Marino Pincindi Marino Pincin
    USA 7 Ottobre 2026

    Gian Giacomo Migone: «Il secolo americano è finito anni fa, ben prima di Trump»

    Elisabetta Burbadi Elisabetta Burba
    Cipro 5 Ottobre 2026

    Cipro: l’eredità di Makarios, il “Castro del Mediterraneo”          

    Giorgio Livasdi Giorgio Livas
    Giappone 2 Ottobre 2026

    L’Asia presenta il conto a Washington

    Giacomo Gabellinidi Giacomo Gabellini
    USA 30 Settembre 2026

    Jeffrey Sachs: «Stati Uniti, un sistema a pezzi»

    Elisabetta Burbadi Elisabetta Burba
    Balcani 28 Settembre 2026

    Montenegro, tra cicatrici dell’Impero ottomano e luce della fede

    Marino Pincindi Marino Pincin
    Thailandia 25 Settembre 2026

    Triangolo d’Oro, crocevia di affari, geopolitica e criminalità sul Mekong

    Fabio Polesedi Fabio Polese
    USA 23 Settembre 2026

    Generale Mini: «L’illusione dell’eterno primato bellico USA pesa sul voto di novembre»

    Elisabetta Burbadi Elisabetta Burba
    L'opinione 21 Settembre 2026

    Hedges: «Come i media occidentali vendono un genocidio»

    Chris Hedgesdi Chris Hedges
    Africa 18 Settembre 2026

    Burkina Faso, il nuovo uomo forte fra anti-imperialismo e populismo 

    Gabriele Toiadi Gabriele Toia
    USA 16 Settembre 2026

    Wang: «La visita di Xi Jinping a Washington può cambiare la partita del midterm»

    Elisabetta Burbadi Elisabetta Burba
    USA 14 Settembre 2026

    USA, lo spauracchio dell’inflazione

    Giacomo Gabellinidi Giacomo Gabellini
    Globalizzazione 11 Settembre 2026

    Chi ha guadagnato dalla globalizzazione

    Pompeo Della Postadi Pompeo Della Posta
    Multilateralismo 9 Settembre 2026

    Suzhou, dove la Via della Seta incontra la Cina del futuro

    Jeffrey D. Sachsdi Jeffrey D. Sachs
    Seguici su
    • Facebook
    • X
    • Instagram
    • LinkedIn
    • Telegram
    Logo Krisis
    X (Twitter) Facebook Instagram Telegramma LinkedIn

    Aree

    • Africa
    • America Latina
    • America Settentrionale
    • Asia Centrale
    • Asia Meridionale
    • Asia Orientale
    • Balcani
    • Eurasia
    • Europa
    • Europa ex Sovietica
    • Medio Oriente
    • Oceania

    Dossier

    • Caso Epstein
    • Jasenovac
    • Nakba
    • Secolo dell'umiliazione
    • Shoah

    Temi

    • BRICS
    • De-dollarizzazione
    • Difesa
    • Egemonia USA
    • Energia
    • Globalizzazione
    • Guerra e pace
    • Multilateralismo
    • NATO
    • Nichilismo
    • Occidente
    • Opinioni
    • Tecnologia
    • Territori
    • Urbanistica

    Prospettive

    • Aforismi
    • Canzoni
    • Cartoline
    • Film
    • Podcast
    • Protagonisti

    Chi Siamo

    • Benvenuti su Krisis
    • Chi Siamo
    • Editoriali
    • Spunti
    • Contenuti
    • Copyright
    • Collabora con noi
    • La tua opinione
    • Archivio articoli →

    Ricevi gli aggiornamenti direttamente nella tua email

    Iscriviti
    © 2026 Krisis – Rivista di politica globale iscritta nel Pubblico Registro Stampa n. 21/2024 del Tribunale Ordinario di Milano. Codice ISSN: 3035-2797
    • Privacy Policy
    • Cookie Policy

    Digitare sopra e premere Enter per effettuare la ricerca. Premere Esc per annullare.

    Gestisci Consenso
    Per fornire le migliori esperienze, utilizziamo tecnologie come i cookie per memorizzare e/o accedere alle informazioni del dispositivo. Il consenso a queste tecnologie ci permetterà di elaborare dati come il comportamento di navigazione o ID unici su questo sito. Non acconsentire o ritirare il consenso può influire negativamente su alcune caratteristiche e funzioni.
    Funzionale Sempre attivo
    L'archiviazione tecnica o l'accesso sono strettamente necessari al fine legittimo di consentire l'uso di un servizio specifico esplicitamente richiesto dall'abbonato o dall'utente, o al solo scopo di effettuare la trasmissione di una comunicazione su una rete di comunicazione elettronica.
    Preferenze
    L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per lo scopo legittimo di memorizzare le preferenze che non sono richieste dall'abbonato o dall'utente.
    Statistiche
    L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici. L'archiviazione tecnica o l'accesso che viene utilizzato esclusivamente per scopi statistici anonimi. Senza un mandato di comparizione, una conformità volontaria da parte del vostro Fornitore di Servizi Internet, o ulteriori registrazioni da parte di terzi, le informazioni memorizzate o recuperate per questo scopo da sole non possono di solito essere utilizzate per l'identificazione.
    Marketing
    L'archiviazione tecnica o l'accesso sono necessari per creare profili di utenti per inviare pubblicità, o per tracciare l'utente su un sito web o su diversi siti web per scopi di marketing simili.
    • Gestisci opzioni
    • Gestisci servizi
    • Gestisci {vendor_count} fornitori
    • Per saperne di più su questi scopi
    Scegli
    • {title}
    • {title}
    • {title}