Il generale Francesco Cosimato esamina la posizione dell’Italia di fronte a un eventuale conflitto con la Russia, evidenziando le gravi carenze delle nostre Forze armate. Un esempio concreto: l’Esercito dispone di nove Brigate di manovra e sono già impegnate tutte e nove. La retorica bellicista non riflette quindi le effettive capacità operative del Paese, completamente assorbite dall’operazione Strade sicure e dalle missioni in Medio Oriente e nel Baltico. La mancanza di risorse, il numero ridotto di uomini, la burocrazia politica e la cultura antimilitarista pongono gravi interrogativi sulla capacità dell’Italia di affrontare le future sfide militari.
Dopo oltre due anni e mezzo di guerra in Ucraina, emerge con sempre maggior evidenza che le bellicose dichiarazioni dell’inizio del conflitto erano prive di ogni fondamento. L’Occidente era sicuro di far crollare miseramente la Russia: bastava escluderla dal sistema SWIFT dei pagamenti bancari e sarebbe implosa. Non solo. Un’impressionante serie di sanzioni avrebbe dovuto privarla di componenti elettronici importanti per la realizzazione di sistemi d’arma. Ricordiamo tutti di aver sentito Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, affermare il 30 maggio 2022 che i russi smontavano i chip dalle lavatrici per riciclarli in campo militare. E poi, nel febbraio 2023, il presidente Joe Biden ribadire: «L’Ucraina non sarà mai una vittoria per la Russia». Il tempo, sempre serio e galantuomo, ha confermato che la strada intrapresa era inefficace.
Oggi dobbiamo ammettere che ci stiamo logorando. Le operazioni sul terreno vanno male e, nel frattempo, altri attori sono entrati in gioco: basta pensare allo scacchiere medio orientale e quello indopacifico. Se, da una parte, la guerra in Ucraina è stata molto utile per «liberarci» da armamenti non aggiornati che giacevano inutilizzati nei magazzini delle Forze Armate, dall’altra, incominciamo a notare che non si parla tanto di sistemi d’arma, quanto piuttosto di munizioni che non riusciamo a produrre. L’Italia aveva strutture di produzione, che però sono sparite nel vortice delle ristrutturazioni del nostro complesso militare industriale, la società che oggi porta il nome di Leonardo.

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Italia ha giocato un suo ruolo che le è consueto. Seguendo pedissequamente le indicazioni degli Stati Uniti, ha dislocato delle forze nell’area baltica per operare la cosiddetta «presenza e sorveglianza», visto che ora il confine della NATO comprende, ad esempio, la Polonia, l’Ungheria e i Paesi baltici. Peraltro, il 23 settembre 2023 il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha ammesso: «Abbiamo dovuto fare quello che era nelle intenzioni della famiglia alla quale apparteniamo». È doveroso anche aggiungere che il Ministro ha detto chiaramente che le nostre forze non sono sufficienti, ma che non si vede un rapido cambio di direzione all’orizzonte.
Già… Qualsiasi cosa succeda in Italia (disastri, maltempo, emergenza vaccini) tutti invocano le Forze Armate per fare quello che altri dovrebbero fare, ma nessuno si rende conto di che cosa sia rimasto del nostro strumento militare. Tutti si scordano come le Forze armate sono cambiate in seguito alla famigerata «legge Di Paola». Quando la mia generazione arrivò ai reparti, correva l’anno 1985, c’erano ventisette brigate di manovra. Quel dispositivo risultava dalla ristrutturazione dell’Esercito del 1975, che aveva portato la durata del servizio militare da 15 a 12 mesi (articolo 40, legge n. 191, 31 maggio 1975) e il personale dell’esercito da 285.000 a 240.000 uomini. Una lunga serie di ristrutturazioni e di chiusure di reparti ha ulteriormente ridotto l’Esercito, con la chiusura di molti reparti e con la riduzione degli effettivi. In buona sostanza, è stata sempre ridotta la cosiddetta «forza bilanciata», cioè il livello degli organici.
La legge attuale ha fissato nel 2014 un modello dell’Esercito a 90.000 effettivi, obiettivo che è stato raggiunto con progressive riduzioni nell’arco di 10 anni. L’età media dei nostri soldati, secondo varie fonti, è salita a 44 anni. Quindi abbiamo poco personale giovane, ma i limiti di legge non consentono di reclutarne di nuovo. L’Esercito ha anche una grave carenza di carri armati, che si pensa di risolvere con l’acquisizione di un congruo numero di carri tedeschi del tipo Leopard. Problemi del tutto simili a quelli dell’Esercito affliggono le altre forze Armate. È notoria la incompletezza delle Divisioni navali (dobbiamo arrivare a tre portaerei) e la necessità di aumentare i velivoli per la superiorità aerea e per l’interdizione aerea. Per tale scopo, sarebbero in acquisto ulteriori 25 velivoli del tipo F35.

Proprio nel 2014, cioè nel momento in cui iniziava la fase acuta dell’instabilità dell’Ucraina, la nostra classe politica ha scelto di ignorare i venti di guerra che soffiavano, preferendo magnificare l’importanza delle operazioni ONU che, come ormai arcinoto, non riescono mai a raggiungere risultati apprezzabili. Non si tratta qui di denigrare o sminuire le Nazioni Unite, quanto di capire che si tratta di un organismo che, per ideologia e cultura di fondo, non è in grado di impiegare la forza letale.
Da tempo immemorabile, quando gli ufficiali dell’Esercito vanno alla frequenza del Corso di Stato Maggiore per abilitarsi al lavoro nei comandi di Grande Unità e negli Organi Centrali, si sentono dire che l’Italia è al centro di due archi di crisi: quello eurasiatico e quello nordafricano-mediorientale.
Chissà perché il Parlamento ha deciso, proprio in un periodo prima di crescente tensione e poi di crisi internazionale, di ridurre le Forze Armate per fornire solo un ridotto numero di unità per le attività di peacekeeping e, ugualmente, di ridurre le forze valutabili in una brigata per l’attività di presenza e sorveglianza della NATO.

L’Esercito dispone, al momento, di nove Brigate di manovra. Partiamo dal presupposto che, per ogni compito operativo, si deve disporre di tre brigate le quali, a rotazione, possano assicurare la prosecuzione degli sforzi operativi assegnati. La prima brigata si addestra e si prepara, la seconda brigata conduce l’operazione e la terza si ricostituisce in termini di personale e sistemi d’arma perduti dalla missione precedente.
Cerchiamo di fare i conti di come presumibilmente sono dispiegate le nostre forze terrestri. Attualmente siamo impegnati con la missione UNIFIL, al centro dell’attenzione per i combattimenti in Libano, e con alcune altre missioni minori, come quelle presenti in Kosovo. Il perdurare di queste missioni richiede la disponibilità di tre brigate «leggere» (Alpini, Paracadutisti, Aerotrasportati), dato che non tutte le brigate di manovra hanno gli stessi organici.
Di pari passo, siamo impegnati con forze di livello variabile fino al livello di una brigata nell’area del Baltico. Il perdurare di questo impegno richiede invece tre brigate «pesanti», come Corazzati e Meccanizzati.
E non è finita. Da tempo ormai immemorabile (dall’anno 2008) prosegue l’Operazione «Strade sicure», che ha disseminato più o meno un’altra brigata sulle strade delle nostre città. Anche in questo caso, teniamo complessivamente impegnate tre brigate che, oltretutto, non hanno possibilità di addestrarsi per le attività di combattimento. Motivo: passano le giornate a presidiare inutilmente ambasciate, consolati e punti sensibili d’ogni tipo. È noto che i presidi fissi uccidono il morale del personale.
Prima di tirare le conclusioni bisognerebbe parlare di logistica, di approvvigionamenti e reclutamenti. Visto che non disponiamo di trasporti strategici, la firma nel luglio 2023 di un accordo decennale per assistere l’Ucraina, in caso di attacco russo, «nel giro di 24 ore» è del tutto slegata dalla realtà e dalla complessità di una manovra per portare le nostre forze in loco.
Proviamo a fare un’analisi sincera della nostra situazione attuale. Da quanto abbiamo esposto sinora, risulta evidente che le nostre risorse terrestri, nove brigate, sono già completamente impegnate, talché non sarebbe possibile fornire sforzi addizionali in caso di escalation, cosa tutt’altro che improbabile. E la creazione di una nuova brigata richiede tempo e pianificazione; non può essere realizzata in modo immediato

L’adeguamento delle Forze Armate alla mutata situazione internazionale richiede peraltro risorse umane e materiali che non si improvvisano. Deve passare sotto le forche caudine della legge finanziaria, una battaglia che ogni anno si consuma a colpi di bonus, provvedimenti in deficit e tagli di bilanci che vanno a colpire tutti i ministeri, incluso quello della Difesa. Al momento, il ministro della Difesa si lamenta del fatto che l’Italia è l’unico Paese che non ha raggiunto il famoso o famigerato 2% del PIL. Eppure abbiamo firmato fior di summit impegnandoci a stanziare «almeno il 2%». In conclusione, se alle esigenze di un conflitto con la Russia, che nessuno suspica, si aggiungono il conflitto mediorientale e le tensioni in Nord Africa, non vale nemmeno la pena di chiedersi se siamo preparati.
L’approccio ideologico e privo di senso pratico che pervade la nostra società ci impedisce di capire che non possiamo muovere guerra alla Russia senza un adeguato potenziale militare. L’isteria guerrafondaia che serpeggia nella pubblica opinione, sotto la costante propaganda bellicista dei media mainstream, svanirebbe in un nanosecondo quando la guerra dovesse iniziare davvero. Quale governo potrebbe resistere al triste ritorno in Patria dei sacchi con i cadaveri dei nostri soldati? E per quanto tempo?
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