Al termine del suo secondo mandato, il 17 gennaio 1961, Dwight D. Eisenhower avvertì gli americani della minaccia rappresentata da un «complesso militare-industriale» fuori controllo. Con una visione straordinariamente lungimirante, il celebre generale della Seconda guerra mondiale e presidente degli Stati Uniti durante gli anni più tesi della Guerra fredda mise in luce rischi economici, democratici ed etici del nuovo corso. Oggi, a 63 anni di distanza, le sue parole restano una forte denuncia dell’influenza dell’apparato bellico sull’economia e sulla politica nazionale.
Nel suo discorso d’addio alla nazione, trasmesso in televisione il 17 gennaio 1961, il presidente Dwight D. Eisenhower mise in guardia il Paese su una minaccia incombente. All’epoca era il più famoso generale della storia americana del XX secolo. Aveva comandato, con grande successo, le forze alleate nella campagna per liberare l’Europa dal nazismo. Divenuto presidente degli Stati Uniti, aveva retto il Paese dal 1953 al 1961 negli anni in cui la Guerra fredda era al suo apice. La sua politica nei confronti dell’Unione Sovietica era stata estremamente energica. Nel 1954 aveva prospettato l’uso dell’arma atomica, parlando di «rappresaglia massiccia» nel caso di aggressioni sovietiche al «mondo libero». Aveva dato il via libera a operazioni coperte della CIA in Iran nel 1953 e in Guatemala nel 1954 per rovesciare governi eletti democraticamente e installare politici filostatunitensi. Negli ultimi mesi del suo secondo mandato, aveva persino approvato il piano della CIA per un’invasione di Cuba che venne poi lanciata con esito disastroso nell’aprile 1961 sotto il suo successore John F. Kennedy. Eisenhower non era dunque un presidente pacifista e sostenitore di una politica debole nei confronti dell’Unione Sovietica.
Eppure, nel gennaio 1961, il34esimo presidente degli Stati Uniti ammonì il popolo americano contro lo strapotere e la crescita oltre misura di un «complesso militare-industriale», termine che usò per descrivere la nuova e sempre più pervasiva collaborazione tra l’apparato militare e l’industria della Difesa. Ike usò toni molto forti: «Nei consigli di governo, dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, ricercata o non ricercata, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per la disastrosa ascesa di un potere fuori posto esiste e persisterà».
L’accorato avvertimento nasceva dalle profonde preoccupazioni del generale divenuto presidente sulle potenziali minacce che la «congiunzione di un immenso apparato militare e di una grande industria degli armamenti» rappresentava per il sistema democratico, la stabilità economica e gli ideali americani. Alla base del suo avvertimento, vi erano alcuni aspetti che paiono profetici. Eccoli.
Crescita della spesa per la Difesa
Forte della sua esperienza militare, Eisenhower aveva visto in prima persona come le esigenze belliche avevano trasformato l’economia americana e portato a massicci investimenti nella produzione di armi e infrastrutture militari. Negli anni dopo il 1945, specialmente con l’avvento della Guerra fredda, gli Stati Uniti avevano mantenuto un grande esercito permanente e avevano pesantemente investito nelle tecnologie della difesa. Eisenhower ammonì che questa mobilitazione a lungo termine delle risorse militari in tempo di pace avrebbe avuto l’effetto di radicare l’industria della Difesa nella vita economica e politica americana, ben oltre quanto fosse necessario per la sicurezza nazionale.
Minaccia per il sistema democratico
Il presidente repubblicano temeva che il complesso militare-industriale avrebbe accumulato una significativa influenza sulla politica governativa, date le sue vaste risorse e reti di potere. Grazie a uno stretto intreccio tra gli interessi economici e la sicurezza nazionale, l’industria bellica e i generali avrebbero avuto sempre più mano libera per plasmare la politica statunitense, favorendo ulteriori spese militari e conflitti. Il rischio era che il processo decisionale democratico venisse compromesso tramite la creazione di incentivi a privilegiare soluzioni militari rispetto a quelle diplomatiche. Il presidente sottolineò che, senza la vigilanza dei cittadini, la politica pubblica, anziché derivare dalla volontà del popolo, sarebbe potuta diventare ostaggio degli interessi speciali di un’economia della Difesa.
Rischi economici
Eisenhower era anche preoccupato che il vasto potere economico del complesso militare-industriale avrebbe drenato risorse da altre aree critiche, come la sanità, l’istruzione e le infrastrutture. Ike fece notare che l’elevata spesa militare in tempo di pace avrebbe potuto distorcere le priorità economiche, rendendo più difficile affrontare i bisogni sociali e, potenzialmente, portando a un bilancio nazionale e a un debito insostenibili. Tale cattiva allocazione delle risorse, sosteneva il presidente, avrebbe indebolito la forza e la prosperità complessive del Paese nel lungo termine, compromettendo quello che riteneva come il vero fondamento della sicurezza americana: un’economia sana ed equilibrata.
Preoccupazioni etiche
L’imporsi di una potente industria della Difesa sollevava anche questioni morali. Per Eisenhower, la potenziale normalizzazione della spesa permanente per la Difesa avrebbe potuto portare a una mentalità che considerava la guerra come inevitabile o come mezzo di guadagno economico. Avendo sperimentato le devastanti realtà della guerra, il presidente-generale temeva che questa mentalità potesse erodere gli ideali americani di pace e diplomazia, rendendo il Paese più propenso a impegnarsi in conflitti e a sostenere azioni militari all’estero che non erano nei migliori interessi etici o strategici dei suoi cittadini.
Necessità di un pubblico informato
Il grido d’allarme di Eisenhower non riguardava semplicemente un’azione immediata, ma era un appello alla vigilanza a lungo termine. Ike credeva che il popolo americano dovesse rimanere informato e impegnato per assicurare che il complesso militare-industriale non erodesse le libertà o non arrivasse a guidare il destino della nazione. La sua cautela sottolineava la convinzione che le società democratiche richiedono cittadini attivi che impongano al loro governo un comportamento responsabile, specialmente quando sostanziali poteri e risorse sono concentrati nei settori della Difesa. Un chiaro esempio di indebita influenza del complesso militare-industriale sulla politica e sull’opinione pubblica era stato quello del «missile gap». A partire dal 1957, diverse fonti dei servizi segreti e dei militari avevano cominciato a fare circolare informazioni distorte secondo le quali esisteva una forte superiorità dell’Unione Sovietica nel campo dei missili balistici intercontinentali. Si trattava di vera e propria disinformazione, dato che un «missile gap» in effetti esisteva, ma era a favore degli Stati Uniti. Nonostante questo, il termine attecchì e importanti giornali come il Washington Post e The New York Times avevano dato voce alla percezione di una debolezza americana nel campo degli armamenti atomici. Come risultato, l’opinione pubblica americana si era convinta che fosse necessario un forte incremento degli investimenti in campo militare. Il presidente era stato preso di mira, con l’accusa di giocare con il futuro della nazione, indebolendola. I democratici guidati da John F. Kennedy avevano insistito molto su quest’aspetto. Molte fonti sostengono che fu proprio il caso del “missile gap” a indurre Eisenhower a mostrare il pericolo di un’indebita influenza del complesso militare-industriale nel suo discorso d’addio.
A distanza di 63 anni, il discorso di addio di Eisenhower resta un passaggio fondamentale, perché sottolinea i pericoli di un potere militare e industriale incontrollato in una società democratica. La lungimiranza di Ike nell’evidenziare come gli interessi militari ed economici avrebbero potuto intrecciarsi e potenzialmente dominare la politica statunitense è stata confermata da decenni di discussioni politiche sulla spesa per la Difesa, gli interventi esteri e la moralità di mantenere un grande esercito permanente in tempo di pace.
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Il passo del discorso del presidente Dwight D. Eisenhower del 17 gennaio 1961 sul «complesso militare-industriale»

«Fino all’ultimo dei nostri conflitti mondiali, gli Stati Uniti non avevano un’industria degli armamenti. I produttori americani di aratri potevano, con il tempo e come richiesto, fabbricare anche spade. Ma ora non possiamo più rischiare l’improvvisazione d’emergenza della Difesa nazionale; siamo stati costretti a creare un’industria permanente degli armamenti di vaste proporzioni. A questo si aggiunge il fatto che tre milioni e mezzo di uomini e donne sono direttamente impegnati nell’apparato della Difesa. Noi ogni anno spendiamo per la sicurezza militare più del reddito netto di tutte le società degli Stati Uniti.
Questa congiunzione di un immenso apparato militare e di una grande industria degli armamenti è una novità nell’esperienza americana. L’influenza totale – economica, politica, persino spirituale – si fa sentire in ogni città, in ogni Stato, in ogni ufficio del governo federale. Riconosciamo l’esigenza imperativa di questo sviluppo. Eppure non dobbiamo fallire nel comprenderne le gravi implicazioni. Il nostro lavoro, le nostre risorse e il nostro sostentamento sono tutti coinvolti; lo è anche la stessa struttura della nostra società.
Nei consigli di governo, dobbiamo proteggerci dall’acquisizione di un’influenza ingiustificata, ricercata o non ricercata, da parte del complesso militare-industriale. Il potenziale per la disastrosa ascesa di un potere fuori posto esiste e persisterà.
Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà o i nostri processi democratici. Non dobbiamo dare nulla per scontato. Solo una cittadinanza attenta e informata può costringere il corretto ingranaggio dell’enorme macchina industriale e militare della Difesa con i nostri metodi e obiettivi pacifici, in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme».





