Durante la Seconda guerra mondiale, la Santa Sede cercò di mediare nel feroce conflitto balcanico, insanguinato dalle atrocità degli ustascia. Diviso tra il sostegno all’indipendenza croata e la preoccupazione per l’estremismo nazionalista del regime di Ante Pavelic, il Vaticano mantenne una linea estremamente prudente.
I rapporti tra la Santa sede e la Jugoslavia (dal 1919 al 1929 Regno dei serbi, croati e sloveni) furono da subito complessi. È noto che la diplomazia vaticana osservò con sgomento il disfacimento della duplice monarchia austroungarica, considerata un bastione cattolico, alla fine della Prima guerra mondiale.
Nel caso jugoslavo tale preoccupazione era esacerbata da due elementi: il timore che i popoli cattolici – sloveni, croati, dalmati, ma anche ungheresi della Vojvodina – finissero ricompresi in uno Stato in cui la maggioranza, e i principali gangli politici, fossero ortodossi, o come allora li si soleva chiamare “scismatici”; la paura che, come stava accadendo in Boemia, con la nascita della Cecoslovacchia, potessero affermarsi correnti politiche laiche e anticlericali, la cui matrice un po’ schematicamente veniva ricondotta alla massoneria.
Non stupisce, pertanto, che Oltretevere si sperò, negli ultimi mesi del 1918, nella costituzione di uno Stato croato indipendente, che raggruppasse i popoli slavi del Sud ex-austroungarici di fede cattolica. Rapidamente sfumata tale possibilità e accettato il fatto compiuto del Regno dei serbi, croati e sloveni con capitale Belgrado, erede per molti versi della Serbia d’anteguerra, in Vaticano si sperò che venisse promossa una qualche forma di decentralizzazione politica, se non vere e proprie istituzioni confederali, in grado di tutelare le diverse componenti nazionali (e religiose) comprese nel nuovo Stato.
Anche tali istanze, tuttavia, furono disattese dalla costituzione del 1921. Da allora la diplomazia vaticana si sforzò di giungere a un accordo con il governo di Belgrado che tutelasse per quanto possibile l’indipendenza della Chiesa cattolica, ponendo un freno tanto alle velleità giurisdizionaliste dei governi jugoslavi quanto all’accentuato lealismo verso il potere politico di buona parte dell’episcopato sloveno e croato: una caratteristica ereditata dall’Impero austro-ungarico ove clero e vescovi erano tradizionalmente considerati una sorta di funzionari statali, e tali per molti versi si sentivano.
Proprio per questo motivo, inizialmente numerosi vescovi croati e, soprattutto, sloveni, di fronte al dissolvimento della monarchia asburgica, si erano mostrati positivi, e talvolta entusiasti, di fronte a una soluzione jugoslavista. Ben presto però, soprattutto dopo il 1921, tali speranze vennero meno, di fronte al carattere accentrato e all’egemonia della componente serba che da subito contraddistinsero il Regno.
Tali caratteristiche si radicalizzarono ulteriormente con il colpo di stato autoritario e centralista di re Alessandro, nel 1929, e con la conseguente ridenominazione ufficiale del paese in Regno di Jugoslavia. Un’evoluzione rispetto a cui gran parte del mondo politico croato mostrò la propria ferma opposizione.
È solo all’interno di questo complesso quadro che si comprende perché le trattative per il raggiungimento di un Concordato tra la Santa Sede e il governo di Belgrado, che sostituisse quello del 1914 con la Serbia, che non fu mai ritenuto pienamente valido per i territori annessi dopo la guerra, si protrassero tanto a lungo e tanto infruttuosamente.
Iniziate già nel 1922, tali trattative durarono con alterne vicende, improvvise interruzioni e brusche accelerazioni sino al 1935, quando il documento venne infine firmato. Il Concordato, tuttavia, non venne mai ratificato e non entrò, pertanto, mai in esercizio. Di più, esso, con la sua tormentata genesi e il suo rapido abbandono può essere considerato indicativo della complessità dei rapporti tra Oltretevere e Belgrado negli anni tra le due guerre.
Considerate tali premesse non può stupire se da parte cattolica si guardò complessivamente con malcelata soddisfazione al disfacimento della monarchia jugoslava in seguito all’invasione tedesca e italiana della primavera del 1941 e alla nascita (o rinascita, nell’accezione nazionalista) di uno Stato croato indipendente.
Certo, il fatto che questo non venisse guidato dal partito contadino di Vladko Macek, espressione di un nazionalismo croato moderato e populista, ma dal ben più radicale movimento ustascia di Ante Pavelic – a lungo foraggiato dall’Italia fascista, ormai appiattito su posizioni apertamente filonaziste e autore di innumerevoli e sanguinosi attacchi terroristici in tutta Europa nel corso degli anni Trenta – non poteva risultare rassicurante agli occhi degli osservatori vaticani.
Tuttavia, indubbio era il consenso popolare per il nuovo Stato, particolarmente evidente tra il giovane clero secolare e, ancor più regolare, e, sia pure con qualche maggiore cautela, nello stesso episcopato. In particolare accentuatamente nazionalisti erano i vescovi incardinati in diocesi di confine, come quelle bosniache ed erzegovesi, dove la mescolanza religiosa con gli ortodossi e i musulmani esasperava i particolarismi etnici.
L’indipendenza nazionale, soprattutto, era vista come l’inveramento di una secolare aspirazione del popolo croato e, al tempo stesso, come una significativa affermazione del cattolicesimo nei Balcani. Una regione dove i croati, come poteva significativamente scrivere il nunzio a Belgrado Ettore Felici nel novembre 1940, a Regno jugoslavo ancora in vita, avevano a lungo assolto il ruolo di difensori della cattolicità contro vari nemici:
“Le lotte sanguinose da essi sostenute contro i Turchi assunsero di fatto i contorni di una ‘crociata’ e meritarono loro l’ambito titolo di ‘antemurale della cristianità’; il fenomeno si ripete oggi, e non senza ragione, in quella ingaggiata da 20 anni con i Serbi ortodossi. In questa lotta pro aris et focis è pressoché impossibile al clero rimanere indifferente o neutrale, senza esporsi al pericolo di perdere il contatto col popolo e di essere riguardato come traditore della Chiesa e della patria”.
Queste parole mostrano bene come la diplomazia pontificia considerasse sacrosante le rivendicazioni croate; e questo ben prima della dissoluzione della Jugoslavia. Né si può tralasciare un ulteriore elemento: nelle parole di Felici, la contrapposizione con gli ortodossi veniva paragonata apertamente all’antica resistenza contro i turchi, attribuendo a entrambe i caratteri di una lotta in difesa della cattolicità.
Per quanto imperfetto da molti punti di vista, via via più evidenti mano a mano che le atrocità commesse in suo nome emergevano chiaramente, lo Stato indipendente di Croazia era e si proclamava apertamente e fieramente uno stato cattolico. Questo fattore determinava due atteggiamenti almeno apparentemente contradditori.
Da un lato aumentava certamente le titubanze della Santa Sede: anche per questo, in ossequio a una linea politica elaborata sin dalla Prima guerra mondiale, il nuovo Stato non ebbe alcun riconoscimento ufficiale, neppure de facto, rimandando ogni decisione alla futura sistemazione post-bellica.
Al tempo stesso, tuttavia, era impossibile per Roma non considerare positivamente la nuova compagine statuale, alla luce di alcuni elementi. Il clero e l’episcopato croato erano compattamente schierati a favore dell’indipendenza, anche tra coloro che, come l’arcivescovo di Zagabria Alois Stepinac, più erano critici nei confronti dei criminali eccessi del regime ustascia.
La Croazia indipendente, soprattutto, faceva segnare un mutamento nei rapporti di forza religiosi nei Balcani, a vantaggio della cattolicità e a danno dell’ortodossia. Le stesse conversioni forzate, cui furono sottoposti molti serbi ortodossi, e verso cui tanto i vertici della Chiesa croata quanto la Santa Sede si espressero criticamente, erano in qualche modo guardate con condiscendenza, come un riequilibrio dopo i precedenti e opposti movimenti verso l’ortodossia. Di più, alcuni osservatori cattolici giungevano a scorgervi aspetti provvidenziali, per quanto imperscrutabili, osservando che pure in condizioni tanto estreme la grazia poteva essere all’opera riuscendo a trarre ex malo bonum.
Le iniziative vaticane nei confronti dello Stato indipendente di Croazia furono condizionate da questo insieme di motivazioni. Certo è che, nel complesso, l’iniziativa della Santa Sede si mostrò estremamente debole e farraginosa, incapace di influire in modo rilevante su un regime che pure si proclamava e riteneva cattolico.

Le continue insistenze del segretario di Stato, cardinal Maglione, al visitatore apostolico Giuseppe Ramiro Marcone, di agire con prudenza e discrezione, se testimoniano la volontà di non dare alcun riconoscimento, neppure informale, formale allo Stato croato, mostrano anche una complessiva sottovalutazione degli eventi. Lo stesso Marcone, abate benedettino di Montevergine, scelto per il delicato incarico proprio perché estraneo alla diplomazia vaticana, si dimostrò del tutto inadeguato al compito. I suoi interventi moderatori furono deboli e inefficaci, quando non apertamente disattesi dal governo ustascia.
Se dall’ambito vaticano spostiamo il nostro sguardo al clero e all’episcopato croato, la situazione diviene, del resto, ancor più netta. Numerosi furono, specie tra il clero più giovane e gli ordini religiosi, soprattutto i francescani, coloro che, accecati dal nazionalismo più estremo e dagli stessi ambigui connubi nazionalcattolici, collaborarono attivamente con il governo ustascia, contribuendo talvolta essi stessi alle violenze.
Nell’episcopato forti e rappresentate erano le posizioni di quanti, come i presuli di Sarajevo e Banja Luka, sostenevano con forza il regime di Pavelic, considerato il legittimo rappresentante delle aspirazioni nazionali croate. Anche chi, come monsignor Stepinac, si mostrò a più riprese critico verso il governo di Zagabria, non riuscì del resto a discostarsi da un atteggiamento di pieno sostegno all’idea di una Croazia indipendente. E, soprattutto, di una Croazia indipendente e cattolica: un Paese che mettesse al bando l’aborto, la pornografia, la massoneria e limitasse l’influenza del giudaismo, come la propaganda ustascia e le stesse relazioni ecclesiastiche ribadivano quasi ossessivamente.
Con quanto detto sino ad ora non si vuole naturalmente schiacciare l’intero clero e l’episcopato croato su posizioni collaborazioniste. Né, tantomeno, descrivere la Santa Sede come acquiescente di fronte alle scelte del governo di Zagabria. Si intende piuttosto ribadire la forza di condizionamenti ideologici e di prospettive politiche di lungo periodo, che portavano a guardare comunque con condiscendenza uno Stato cattolico, e che tale si proclamava apertamente, a prescindere dalle reali politiche da questo implementate. Ad anteporre, si potrebbe dire con altre parole, sempre gli interessi della Chiesa come istituzione e della cattolicità a qualunque altra considerazione di carattere politico e morale.
Che in Vaticano si guardasse con favore a una Croazia indipendente non può del resto stupire. Pur in un contesto tanto cambiato, ancora all’inizio degli anni Novanta, la Santa Sede sarebbe stata uno degli attori chiave nel determinare il riconoscimento dell’indipendenza delle repubbliche di Slovenia, di Croazia e di Bosnia, di fronte al disfacimento della Jugoslavia comunista.
L’influenza vaticana allora fu, infatti, decisiva sia direttamente, sia grazie all’influenza degli esponenti politici cattolici attivi nei principali Paesi europei, a partire da Italia, Austria e Germania. Né le motivazioni furono troppo diverse: di fronte al disfacimento del blocco comunista occorreva riagganciare i popoli slavi del Sud cattolici alla storia dell’Europa centrale e occidentale, sottraendoli al destino balcanico cui li aveva costretti per quasi un secolo l’abbraccio serbo imposto dalle potenze dell’Intesa a Versailles.
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