Il lager allestito dagli Ustascia durante la Seconda Guerra Mondiale è uno dei luoghi più oscuri della storia europea. Conosciuto come «l’Auschwitz dei Balcani», è un simbolo dell’eccidio perpetrato contro serbi, ebrei e rom da parte dello Stato Indipendente di Croazia, il regime fantoccio nazista di Ante Pavelic. Teatro di atrocità inaudite, Jasenovac aveva condizioni di vita disumane, esecuzioni cruente e un numero di vittime, tuttora oggetto di dibattito, altissimo. Tanto che, secondo un rapporto dei Carabinieri reali del 1941, a paragone di Jasenovac, Dachau e Buchenwald erano «quasi luoghi di cura». L’ombra di Jasenovac resta nella memoria collettiva ex jugoslava. E ha influenzato le guerre balcaniche degli anni Novanta.
A 79 anni dal termine della Seconda guerra mondiale, il campo di sterminio di Jasenovac continua a essere una ferita aperta nel cuore dei Balcani. Fonte di tensione fra Croazia e Serbia, rappresenta la dimostrazione plastica di come la memoria storica contribuisce a forgiare l’identità dei popoli.
Jasenovac è uno dei capitoli più controversi e al tempo stesso dolorosi della storia contemporanea. Noto come «l’Auschwitz dei Balcani», era un vasto complesso di prigioni e sottocampi. Venne istituito nell’agosto del 1941 dallo Stato Indipendente di Croazia (NDH), il regime fantoccio nazista guidato dal movimento ultranazionalista Ustascia di Ante Pavelic.
Situato sulle rive del fiume Sava, un centinaio di chilometri a Sud di Zagabria, comprendeva cinque recinti principali. A differenza dei lager nazisti come Auschwitz e Treblinka, Jasenovac non possedeva impianti e attrezzature per lo sterminio di massa. Le uccisioni venivano portate a termine a mano, con una ferocia inaudita. Alcune vittime venivano cremate vive nei forni della fabbrica di mattoni, altre massacrate con coltelli, mazze, seghe e martelli. Le più fortunate, come ricorda il vescovo serbo-ortodosso Jovan Culibrk, «erano quelle uccise dai proiettili». Un luogo tristemente noto per le esecuzioni era “Granik”, un molo sul fiume Sava dove i prigionieri venivano gettati nel fiume con pesi legati alle braccia.
Emblematica la testimonianza dei Carabinieri reali, che degli Ustascia erano alleati, contenuta in un rapporto del luglio 1941: «Dietro un reticolato si trovano ammucchiati, in baracche di legno, migliaia di confinati (…) vestiti del puro necessario per nascondere le nudità. Essendo proibito loro di provvedersi di indumenti e di vettovaglie, si trovano in condizioni quanto mai miserabili, addirittura animalesche (…). La condizione igienica è orribile (…) il campo non dispone di alcuna attrezzatura sanitaria, gli ammalati non vengono per nulla curati (…). I campi di concentramento di Dachau e Buchenwald erano tristemente famosi. Individui provenienti da detti campi tedeschi affermano che non si può fare nessun confronto con il campo di Jasenovac, essendo i primi quasi luoghi di cura rispetto a quest’ultimo».
A paragone di Jasenovac, dunque, Dachau e Buchenwald erano «quasi luoghi di cura». Le condizioni di vita nel campo croato erano disumane. I prigionieri, denutriti in modo sistematico, facevano lavori forzati sotto la costante minaccia di torture e uccisioni arbitrarie. Tra le vittime, i serbi erano i più numerosi, seguiti da ebrei, rom e altre etnie. Ma nel campo persero la vita anche migliaia di croati antifascisti. Delle 83.145 vittime ufficialmente identificate dopo la guerra secondo il Memoriale di Jasenovac, oltre la metà erano donne e bambini. Già, perché Jasenovac era l’unico campo in Europa a disporre di un sottocampo dedicato esclusivamente ai bambini.
Il cacciatore di nazisti Efraim Zuroff descrive l’eccezionale crudeltà delle guardie Ustascia: «Nel caso degli uomini, cavavano gli occhi, infilavano chiodi roventi sotto le unghie e stringevano catene intorno alle teste fino alla frattura del cranio e allo schiacciamento degli occhi. Il trattamento riservato alle donne era ancora peggiore e comprendeva stupri, amputazione dei seni e dell’utero alle donne incinte».
Il numero esatto delle vittime è ancor oggi oggetto di feroci dispute. I 83.145 morti ufficialmente identificati sono solo una parte del totale, perché molti deportati non venivano registrati (soprattutto quelli che arrivavano in treno e venivano subito giustiziati). Il numero effettivo non è dunque noto (e probabilmente non lo sarà mai). Esistono solo delle stime. Alcuni serbi nazionalisti continuano a ripetere la cifra indicata subito dopo la guerra dalle autorità jugoslave (700.000 vittime, cifra oggi considerata sovrastimata), mentre gli apologeti degli Ustascia croati sono arrivati a sostenere che Jasenovac fosse solo un campo di lavoro. La stima più attendibile dovrebbe essere quella emersa nel dicembre 2021 durante una conferenza organizzata all’Università di Uppsala, in Svezia, alla quale hanno partecipato i massimi esperti dell’argomento. La loro conclusione è stata che il numero delle vittime di Jasenovac si colloca tra le 90.000 e le 130.000.
Quando la guerra stava per finire, nei primi mesi del 1945, gli Ustascia cercarono di cancellare le prove dei loro crimini, dissotterrando e bruciando i cadaveri. Eppure, gli omicidi continuarono sino alla fine. Il 22 aprile 1945, 600 prigionieri si ribellarono, ma solo 92 riuscirono a sopravvivere. Subito dopo, le strutture del campo furono incendiate e distrutte.
La storia di Jasenovac è stata oggetto di controversie e manipolazioni sin dal 1945. Durante il periodo comunista, la Jugoslavia descrisse la tragedia di Jasenovac con una versione edulcorata, che enfatizzava il ruolo dei partigiani vittoriosi contro i fascisti e i nazisti. Nell’ottica socialista dell’amicizia fra i popoli, la narrazione di Tito cercava di nascondere le differenze etniche delle vittime e dei carnefici.
La mancata elaborazione della storia di Jasenovac ha poi avuto conseguenze drammatiche. Con la dissoluzione della Jugoslavia, la questione è diventata ancora più complicata. Come sottolinea il vescovo serbo-ortodosso Jovan Culibrk, dopo la comparsa di alcuni miliziani croati che si ispiravano agli Ustascia, la paura di una «seconda Jasenovac» ha giocato un ruolo significativo nell’alimentare le tensioni etniche. E la manipolazione della memoria storica di Jasenovac ha contribuito a creare un clima di paura e di sospetto reciproco sia tra i serbi sia fra i croati, sfociato nelle guerre balcaniche degli anni Novanta.
Oggi, l’ombra di Jasenovac rimane nella memoria collettiva ex jugoslava. E simboleggia le profonde fratture che continuano a insanguinare i Balcani.
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