In una cantina di Vukovar, nell’ottobre 1991, un’anziana donna serba parlò al reporter Livio Senigalliesi del campo di sterminio di Jasenovac. Da quel momento, il fotografo intraprese un lungo percorso tra luoghi e memorie, che lo portò da Jasenovac a Gerusalemme, passando per Belgrado e Zagabria. Attraverso testimonianze, ricerche e un doloroso confronto con il passato, ricostruì l’orrore di un genocidio negato. Portando alla luce la devastante storia di migliaia e migliaia di vittime, tra cui tantissimi bambini, massacrate nel silenzio complice di molti.
Ho scoperto l’esistenza del lager di Jasenovac nella cantina di una casa di Vukovar, nell’ottobre 1991. Mi trovavo nella zona contesa fra la neonata Croazia e quella che si chiamava ancora Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Stavo seguendo gli scontri fra l’esercito croato, sostenuto dai mercenari della Brigata internazionale, e le truppe di Belgrado. Oggetto del contendere: il controllo di Vukovar, città strategica a causa del suo porto fluviale sul Danubio, abitata da una popolazione in quel momento a maggioranza serba.
Quella di Vukovar fu la più grande battaglia combattuta durante le guerre Balcaniche degli anni Novanta. L’esercito jugoslavo aveva messo in campo tutte le armi a sua disposizione, dall’aviazione ai grossi pezzi di artiglieria campale. I cecchini nascosti tra le macerie delle case distrutte ammantate dalla neve ricordavano Stalingrado. La città era in fiamme. Come tutti gli abitanti, avevo cercato rifugio in una cantina: senza luce, senza acqua, senza cibo e con un freddo micidiale. Il buio mi impediva di vedere i volti della gente, ma a giudicare dalle voci e dai pianti dei bambini eravamo in tanti.
Nessuno riusciva a dormire e ci facevamo forza scambiando qualche parola e qualche sorso di rakija. A fianco a me, per terra, era seduta un’anziana donna serba con la quale cercavo di scambiare qualche parola nel mio rudimentale serbo-croato. Quando seppe che ero un reporter italiano, iniziò una filippica contro i giornalisti stranieri. «Voi venite qui e ci giudicate. Pronunciate sentenze senza sapere niente di noi, senza conoscere la nostra storia. Ma tu lo sai cos’è stato Jasenovac?». Io rimasi ammutolito. Capendo che non ne sapevo niente, iniziò a raccontare: «Jasenovac è stata la nostra Auschwitz. Se vuoi capire perché stiamo combattendo, devi capire tutte le sofferenze del popolo serbo: a Jasenovac furono sterminati 700.000 civili e nessun responsabile fu mai condannato. Altro che Norimberga…».
Fu la lezione di storia più surreale che io abbia mai ricevuto. Mi spiace solo non aver potuto guardare negli occhi quella donna che me la impartì, ma ricordo come se fosse ieri la sua voce roca, rotta dalla paura per il pericolo imminente ma anche dalla commozione per i ricordi del passato.
La presi in parola. Poche settimane dopo, mi aggregai a un gruppo di paramilitari serbi diretti in Krajina. Lungo la strada, attraversammo Jasenovac. Chiesi di fermarci per vedere quel luogo intriso di sangue e di storia. In una landa desolata, sorgeva il museo costruito ai tempi di Tito. Tutt’intorno affioravano grossi tumuli di terra. Il guardiano mi spiegò che si trattava delle fosse comuni risalenti alla Seconda guerra mondiale che non erano mai state aperte. Il museo era deserto. Nelle vetrine delle grandi sale, un’infinità di suppellettili, documenti ed effetti personali appartenuti agli internati. Sulle pareti, enormi fotografie con le lunghe colonne dei deportati serbi provenienti dai monti Kozara: famiglie con bambini biondi in braccio, donne con il fazzoletto in testa, anziani con cappottoni logori…Ai loro lati, i duri volti delle guardie Ustascia, che al termine della marcia forzata, arrivati a Jasenovac, li avrebbero finiti a colpi di mazza ferrata. Per poi farne sparire i cadaveri fra le fiamme di una fornace.

Rientrato a Belgrado, andai subito a visitare il Museo dell’Olocausto. E scoprii l’orrore della Auschwitz dei Balcani, il più grande lager creato dal regime filo nazista del croato Ante Pavelic durante la Seconda guerra mondiale. A Jasenovac morirono – tra terribili violenze, stenti e malattie – migliaia di serbi, rom, ebrei e oppositori del regime. Si stima che vi persero la vita più di 10.000 bambini, rinchiusi nel vicino campo di Stara-Gradiska. Ma a differenza della fabbrica della morte di Birkenau, Jasenovac non contava su alcun tipo di tecnologia, ma solo sulla brutale efficienza dei carcerieri Ustasha. Con raccapriccio, ascoltai i racconti del direttore del Museo dell’Olocausto Milan Bulajic: bebé scagliati contro le pareti, bambini lanciati in aria e infilzati con le baionette, soldati croati che scommettevano su chi ne avrebbe uccisi di più…

Sconvolto dalla portata storica della vicenda, iniziai una lunga e accurata ricerca. Per prima cosa mi recai negli archivi di Stato di Belgrado. Poi mi spostai a Zagabria, alla ricerca dei sopravvissuti della comunità ebraica. Nella neonata Croazia, dove erano riemersi con forza i simboli e gli ideali dello Stato Indipendente di Croazia di Ante Pavelic, mi scontrai contro un muro di gomma. Come i serbi di Vukovar, anche gli ebrei di Zagabria erano traumatizzati dai ricordi di Jasenovac. E non volevano parlarne. Dopo molti tentativi, riuscii a incontrare Slavko Goldstein, il presidente della comunità ebraica che mi segnalò la presenza di un sacrario in un angolo del cimitero Mirogoj.

Le prove di quanto accaduto erano consistenti. Anni dopo, scoprii che nemmeno allo Yad Vashem di Gerusalemme veniva contemplato il «caso Jasenovac»: sulla mappa dei lager della Seconda guerra mondiale non compariva quello croato. Fui io a sollecitare la direzione a occuparsene.
Una tradotta all’entrata del campo di Jasenovac ricorda il triste destino dei deportati. Ma per questa «Auschwitz dei Balcani» non ci fu mai giustizia. Durante gli anni di Tito, la questione venne messa in disparte in quanto era interesse di tutti dimenticare il passato e vivere in una Jugoslavia forte e unita. Anche l’oscuro coinvolgimento di alcuni alti prelati della Chiesa Cattolica croata contribuì ad alimentare l’omertà e il disinteresse delle cancellerie occidentali.

Solo il 4 maggio 1998, dopo decenni di dorato esilio in Argentina, fu condannato per crimini di guerra Dinko Sakic, uno dei più sadici comandanti del campo (nella cattura ebbe un ruolo cruciale il cacciatore di nazisti Efraim Zuroff, di cui Krisis ospita un intervento, ndr).
In realtà, non si saprà mai l’esatto numero delle vittime. A Jasenovac non c’era la cura maniacale dei nazisti per i dati personali: la maggior parte dei deportati non venivano neanche registrati. Solo i diari dei sopravvissuti permettono di mantenere viva la memoria. Uno di questi era Maksim Dimic, costretto ai lavori forzati presso la fornace, che scriveva: «Si lavorava giorno e notte perché servivano quantità enormi di mattoni per le costruzioni delle baracche e dei bunker. Il lavoro era così pesante che i prigionieri, dopo una settimana, erano già irriconoscibili. Nel febbraio ’42 gli Ustasha portarono a Gradiska un treno di donne e bambini. Li uccisero con scuri e mazze ferrate nei pressi della fabbrica di mattoni. La carneficina proseguì per un giorno intero… Ho visto i loro corpi consumarsi come cera nel fuoco della fornace».
Quando tornai a Jasenovac nell’estate 1995, dopo l’offensiva croata Oluja, trovai i locali del vecchio museo devastati, distrutte le vetrine in cui venivano conservati i reperti storici, insudiciate con escrementi le grandi fotografie dei deportati. Dopo la vittoriosa offensiva, soldati croati e bande di nuovi Ustascia avevano messo in atto una rimozione fisica del pesante passato. L’occupazione militare di quel luogo-simbolo diventava occasione per fare festa, cantare canzoni nostalgiche e fare grigliate tra vecchie e nuove fosse comuni. Rischiando la pelle, riuscii a immortalare in una foto il folle rito. Con l’amico Darko, fidato interprete, lasciammo amareggiati quel luogo dove la storia si ripete.

Nel 2011, durante un viaggio organizzato con Agostino Zanotti e gli amici della onlus ADL di Brescia, suggerii di fermarci a Jasenovac. Ebbi la sorpresa di trovare un nuovo museo, ben attrezzato e moderno, dov’è possibile fare ricerche su archivi digitali e vedere filmati storici. Il nuovo governo croato, su forte pressione dell’Unione europea, aveva deciso di rendere finalmente omaggio ai caduti del passato, restituendo dignità a quel sacro luogo della memoria.
Ma la verità sugli orrori accaduti a Jasenovac e nei campi collegati è ancora motivo di scontro tra giornali e storici di opposte vedute. Alcuni sopravvissuti – rompendo il muro del silenzio – hanno pubblicato le loro memorie. Egon Berger, nel suo diario intitolato Quarantaquattro mesi a Jasenovac, ha descritto così il frate francescano croato Tomislav Filipović Majstorović, braccio destro del comandante di Jasenovac. E più noto come Fra Satana. «Fra Majstorović, vestito elegantemente e con un cappello verde da caccia, guardava con piacere le sue vittime» ricorda il sopravvissuto. «Si avvicinava ai bambini, anche accarezzando loro la testa (…) Disse alle madri che i loro bambini sarebbero stati battezzati e li prese. Le madri, disperate, (…) offrirono le loro vite in cambio della misericordia per i bambini. Due bambini vennero messi a terra, mentre un terzo venne lanciato in aria come un pallone. Fra Majstorović, con un pugnale rivolto verso l’alto, lo mancò per tre volte, ma alla quarta, tra una battuta e una risata, il bambino venne trafitto dal pugnale. Le madri si gettarono a terra, tirandosi i capelli e gridando a squarciagola. Le guardie ustasha della 14esima divisione le portarono via, le uccisero e le gettarono in una fossa comune».
(*) Capitolo tratto dal libro di Livio Senigalliesi Diario dal fronte – Blurb.com






