In un Libano piegato dai bombardamenti israeliani, un milione di persone ha dovuto lasciare le proprie case. A Beirut, alcune zone sono diventate quartieri fantasma, mentre altre si stanno trasformando in un enorme campo profughi, con baracche e ripari di fortuna in quasi ogni angolo di strada. Gli sfollati appartengono per lo più alla comunità sciita, che costituisce la base di consenso di Hezbollah. Sebbene le forze israeliane colpiscano in prevalenza le aree sciite, attacchi pesanti hanno devastato anche villaggi cristiani e altre zone lontane dalle roccaforti del Partito di Dio. Già provato dalla pesantissima crisi economica che ha colpito il Libano dal 2019, lo Stato libanese non riesce a rispondere a un’emergenza umanitaria senza precedenti. Mentre i libanesi benestanti riescono a trovare rifugio all’estero, tutti gli altri restano. Ostaggio del pericolo e dell’incertezza.
I bombardamenti israeliani sul Libano non accennano ad fermarsi, così come l’accanita resistenza di Hezbollah nel sud del paese. Le forze israeliane continuano a colpire con sistematicità non soltanto i vertici politico-militari di Hezbollah e delle altre forze attigue a questo, ma anche e, forse, soprattutto la sua base di consenso. sia nel sud del paese che nella periferia meridionale di Beirut. Hezbollah non è soltanto, come a volte si sottintende, una forza militare: lo è certamente ma è anche una poderosa forza sociale che controlla scuole, ospedali, banche ed ogni altro genere di struttura, facendo le veci di quello stato libanese che nella maggior parte delle circostanze non riesce a rispondere alle necessità delle persone.
Anche da qui la forza che Hezbollah è stato in grado di acquisire dal 1982, data di nascita del movimento, ad oggi. I profughi libanesi sono in larga maggioranza sciiti, appartenendo alla comunità che costituisce la principale base di consenso di Hezbollah.
Il numero delle persone che ha dovuto lasciare le proprie case – in alcuni casi rase al suolo o rese inagibili dai bombardamenti e dai combattimenti – ha superato la soglia del milione, ossia del 25% dell’intera popolazione libanese. La maggior parte di loro viene dalle aree meridionali del paese o a ridosso del confine con Israele, ma anche in zone a maggioranza cristiana come quella di Zakhle. Nella periferia meridionale di Beirut interi edifici sono stati rasi al suolo. E la conta dei morti ha superato le 2500 vittime. L’enorme numero dei profughi si somma a quello dei rifugiati palestinesi storicamente presenti in Libano dal 1948 e ai siriani arrivati con la guerra con cui la Siria fa i conti dal 2011. Alcuni libanesi stanno vivendo da profughi per la terza volta nella loro vita: le persone più anziane ricordano bene l’invasione israeliana del Libano del 1982 e degli anni a seguire, così come la guerra del Libano del 2006. Ma nel 2006, ad esempio, i libanesi che furono costretti a lasciare le proprie case poterono raggiungere la vicina Siria – ancora non destabilizzata e devastata da oltre una decade di guerra – ed essere così nella condizione di trovare un alloggio con relativa facilità.
Oggi queste persone sopravvivono come possono. Nella capitale si possono vedere baracche e ripari di fortuna quasi in ogni angolo delle strade: dal lungomare alle strade di Hamra. Qualcuno vive in macchina, arrangiandosi come tassista sia di giorno che di notte, interrompendo il sonno ogni qualvolta che la piattaforma con cui i clienti richiedono una corsa fa suonare il telefono. L’odore marcio dei cumuli di immondizia si soprappone spesso a quello della plastica bruciata ai bordi delle strade e a quello dei frequenti incendi innescati dai bombardamenti. Su Beirut e non solo proseguono le ricognizioni aeree israeliane condotte con i droni e accompagnate da un fastidioso e costante ronzio a cui i libanesi si sono ormai abituati. Molti profughi trascorrono la giornata cercando di ingannare il tempo: chi fuma il narghilè sul marciapiede, chi chiacchiera, chi guarda i ragazzini giocare a pallone mentre chi non ha perso la casa o non è dovuto scappare passeggia davanti a loro o fa sport. Poco più in là c’è chi sorseggia del vino nei lussuosi ristoranti vicini al porto, o da quello che ne resta dopo l’esplosione che nel 2020 ha ferito migliaia di persone e ne ha uccise 218 infliggendo un colpo durissimo all’economia libanese: la sola distruzione del porto ha causato danni per un valore stimato in 15 miliardi di dollari, senza calcolare i danni economici conseguenti.
Diverse organizzazioni politiche hanno mobilitato le proprie strutture sociali e messo a disposizione dei profughi palazzi sfitti, scuole, edifici in costruzione. Non manca uno sforzo da parte del governo libanese, pur facendo quest’ultimo i conti con carenze strutturali di ogni tipo che compromettono in modo significativo la sua capacità di intervento. Per i profughi la vita è cambiata radicalmente quasi dall’oggi al domani, mentre per la “Beirut bene” le conseguenze dei bombardamenti israeliani sono state quasi trascurabili. I prezzi degli affitti sono fuori controllo, trovandosi in certi casi ad essere più che raddoppiati: nei quartieri di Beirut considerati relativamente sicuri – le aree a maggioranza cristiana o sunnita – per concedere un affitto i proprietari pretendono in anticipo anche una somma pari a tre mensilità, oltre ad un deposito di garanzia pari ad un altra mensilità. Una famiglia di profughi che non abbia una disponibilità immediata di almeno 2500-3000 dollari rischia quindi di avere serie difficoltà a trovare una sistemazione dignitosa.
L’incertezza e l’angoscia si percepiscono negli sguardi dei più: la maggior parte delle persone non ha idea di quello che capiterà loro non solo domani ma anche tra una manciata di minuti. La situazione è tesa e si respira tensione a ogni angolo di strada. Un diffuso clima di sospetto e di sfiducia rende nient’affatto semplice filmare o approcciare le persone, soprattutto in quanto giornalista straniero. In alcune zone di Beirut le scuole sono chiuse, mentre in altre funzionano regolarmente. Tutta una serie di attività sono sospese o proseguono a singhiozzo. Molte persone si trovano costrette a reinventare da zero la loro vita. Un certo numero di libanesi, soprattutto quelli più benestanti, ha lasciato il paese, in certi casi raggiungendo i propri familiari all’estero. Le comunità libanesi sono presenti in ogni continente: la più grande si trova in Brasile (fra i 7 e i 10 milioni di persone), ma è assai numerosa anche quella presente negli Stati Uniti (fra mezzo milione e un milione di persone), in Francia (intorno a 300 mila persone) ed in Australia (circa 250 mila persone). Ma in tanti, ovviamente, non sono in grado di lasciare il paese, soprattutto per motivi economici. La pesantissima crisi economica che ha colpito il Libano a partire dal 2019 viene considerata dalla Banca mondiale una delle peggiori crisi finanziarie globali dal 1850 a oggi. Il cambio dell’euro con la lira libanese sfiora ormai quota 1 a 100mila: il paese viveva già una condizione molto problematica che si è aggravata con l’inizio delle operazioni militari israeliane.

La popolazione si sente vulnerabile e minacciata anche nei luoghi relativamente sicuri di Beirut o di altre zone del Libano. Del resto se le forze israeliane hanno bombardato soprattutto le zone a maggioranza sciita, è anche vero che pesanti attacchi sono stati effettuali anche contro villaggi a maggioranza cristiana o in zone lontane dalle roccaforti di Hezbollah. Un certo numero di rifugi antiaerei esiste sia a Beirut sia nelle altre zone del paese: i sistemi di allerta classicamente intesi – sirene o altoparlanti che avvisano di un imminente attacco – invece non esistono. In alcuni casi ci sono avvisi che vengono emessi dalle forze israeliane quando quest’ultimo sono in procinto di attaccare un’area, ma non precedono necessariamente ogni attacco.
A volte chi ha la sfortuna di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato non ha materialmente il tempo per mettersi in salvo. Da alcune zone le persone cercano di tenersi quanto più possibile alla larga, ridotte ormai a quartieri fantasma: come Dahieh, l’area urbana a sud di Beirut nota per essere una roccaforte di Hezbollah. Ma i sobborghi meridionali della capitale non sono soltanto questo: sono anche l’area di Beirut dove di chi vive chi non può permettersi di meglio. Ecco che uomini e donne dallo Sri Lanka, dall’Etiopia, dal Sudan e da altri paesi ritrovano ad essere sfollati insieme ai libanesi ed in alcuni casi, come in occasione dell’attacco dello scorso 21 ottobre di fronte all’ospedale Rafik Hariri a morire insieme a loro sotto le bombe israeliane.
Migliaia di profughi hanno cercato un riparo in alcune zone periferiche del Libano: eppure anche nelle zone montuose della valle della Bekaa le forze israeliane hanno condotto attacchi aerei molto pesanti in termini di bilancio delle vittime. Negli ultimi giorni l’intensificarsi dei bombardamenti israeliani su Balbeek – cittadina patrimonio UNESCO – ha innescato un nuovo esodo di massa. Fuori da Beirut gli interventi dei soccorritori dopo i bombardamenti sono spesso più difficoltosi, non di rado per la mancanza di mezzi come escavatori e gru. I tempi di intervento si allungano inevitabilmente, riducendo così le possibilità di estrarre dalle macerie qualcuno ancora in vita.
Mentre le forze israeliane stanno continuando a demolire interi villaggi nel sud del paese, secondo quanto riportato dal giornale “Al-Akhbar” l’ambasciatrice statunitense a Beirut Lisa Johnson starebbe esortando i libanesi ad insorgere contro Hezbollah, muovendo nei fatti la politica statunitense nella stessa direzione indicata qualche settimana fa dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un appello pubblico: appello a cui aveva peraltro fatto seguito pochi giorno dopo una conferenza ad hoc del partito cristiano Forze libanesi. Quello di una nuova guerra civile resta dunque uno scenario nient’affatto impossibile. Mentre i bombardamenti proseguono insieme alla conta delle vittime sia in Libano che a Gaza nessuna tregua sembra possibile prima del verdetto delle elezioni statunitensi: anche laddove venisse raggiunta potrebbe rivelarsi nient’altro che una breve parentesi.




